HOME PAGE   IMMIGRAZIONE

BIBLIOGRAFIA

PRODOTTI MULTIMEDIA

______________

SCUOLA

SOCRATES ME TOO

NEWS

IMPARA LE LINGUE

INTERCULTURA

COSPE

FORUM

INFORMAZIONI

LINK

 

Una ricca bibliografia sui temi dell'immigrazione si può trovare nel sito di PARLAMONDO (Progetto per le pari opportunità nella comunicazione, nell'informazione e nei servizi ai cittadini per una società multiculturale e multilingue) :

http://www.rete.toscana.it 

al link:  Ricerche, dati e bibliografia


Le principali novità bibliografiche sull'immigrazione, assieme ad una vastissima e ricchissima rassegna stampa, vengono inviate settimanalmente alle associazioni e ai privati che ne fanno richiesta dall'Associazione Africa Insieme dell'Empolese. La rassegna è divisa  in tre sezioni:
(a) Rubriche varie (insicurezza, diritti, rom,lavoro/flussi, etc.)
(b) cronache nazionali,  e cronache di Milano, Torino, Roma
(c) cronache dalla Toscana, divise in otto rubriche.

Si può richiederene l'invio al proprio indirizzo e-mail a:
htxpbgf@tin.it  .

Riportiamo qui le loro più recenti segnalazioni.
Africa Insieme, empolese/zona del cuoio
Rassegna sull’immigrazione
Anno II, n.15
 
1. Agostino Petrillo
Le frontiere del mondo
La costituzione di forme di cittadinanza mondiale legate alla circolazione dei migranti e alla nascita di spazi transnazionali. Un volume del sociologo Philippe Zarifian che non sempre fa i conti con le insidie del pensiero localista e anticosmopolita
 
 
Il manifesto, martedì 30 gennaio 2001
 
L' idea del cosmopolitismo periodicamente riaffiora nella storia, fino a rappresentare, come ha sottolineato Derek Heater (World Citizenship and Government: Cosmopolitan Ideas in the History of Western Political Thought, New York 1996), una delle grandi correnti che attraversano il pensiero politico occidentale. Nello scenario del tutto nuovo apertosi dopo l'89 si è avuta una ripresa del dibattito sulla cittadinanza mondiale, sotto l'incalzare da una parte dei processi di relativo indebolimento dei poteri degli stati nazionali, dall'altra della tendenza sempre più accelerata ad un'integrazione produttiva, commerciale e finanziaria dell'intero pianeta. Molto si è dissertato anche su tecnologie comunicative e flussi migratori, che farebbero ulteriormente vacillare i fondamenti nazionali della cittadinanza, dischiudendo prospettive inedite. Basti pensare al libro di Peter Coulmas sulla storia del concetto di Weltbürgerschaft, alle polemiche seguite alla pubblicazione di alcuni testi di Jürgen Habermas, accusato di dialogare in maniera troppo stretta con il Kant utopista del Progetto per la pace perpetua, o all'ultima produzione di Ulrich Beck. Nel dibattito attuale sul cosmopolitismo si mescolano però più piani. Da una parte vi è la speranza che un rafforzamento dei grandi organismi internazionali possa rappresentare la premessa a un governo mondiale, dall'altra vi è l'intuizione di una ripresa di partecipazione politica e di una rinnovata aspirazione alla giustizia che si fa strada su scala planetaria. Sono in circolazione sia ipotesi di una cittadinanza mondiale che si realizzerebbe per lenta edificazione istituzionale, come costruzione dall'alto di un legame tra il singolo e un livello di governo planetario; sia un'idea di cosmopolitismo dal basso, che si disegna come risultante ultima della "epoca delle migrazioni" e delle conseguenti lotte per i diritti. Cittadinanza quindi come grande utopia mondiale di riferimento, e insieme come obiettivo da perseguirsi per rendere più efficace l'azione politica dei popoli esclusi dalle grandi correnti della globalizzazione e dei movimenti antisistemici che trovano per la prima volta momenti di azione comune.
In questo panorama si inserisce il volume del sociologo del lavoro e delle organizzazioni Philippe Zarifian - (L'emergere di un popolo-mondo. Appartenenza, singolarità e divenire collettivo, edizioni Ombre corte, traduzione di Gianfranco Morosato, pp. 197, L. . 24.000) - che si distacca dalle tematiche a lui più congeniali per addentrarsi nel merito di una questione spesso abbozzata negli ultimi anni nella sociologia delle migrazioni francese (si pensi ai lavori di Alain Tarrius e del gruppo di Migrinter), del costituirsi cioè di forme di cittadinanza mondiale "de facto", legate alla circolazione dei migranti e alla nascita di spazi transnazionali. Si tratta di ciò che l'autore definisce il profilarsi di un "popolo-mondo", e cioè l'emergere di un'appartenenza mondiale che poco o nulla ha da spartire con le vecchie forme di appartenenza nazionale o etnica. Il volume ha i suoi momenti più felici nella descrizione dei principali aspetti del farsi mondo dell'umanità che caratterizza l'epoca attuale. E' la pervasività degli spostamenti, l'uniformazione tendenziale degli stili di vita, la disintegrazione dei riferimenti delle identità locali a disegnare un orizzonte nuovo. La riflessione di Zarifian sulle ambivalenze tra il locale e il globale, tra il tempo mondializzato dalla circolazione dell'informazione e il tempo di vita umano, sfocia in un'ipotesi politica: la costruzione di una umanità nuova a partire da attori divisi e al contempo "meticciati", da individualità che entrano in rapporto. Una posizione che l'autore supporta con riferimenti filosofici alti, e che rimane sospesa a metà tra il cosmopolitismo affettivo e simpatetico del sofista Ippia, e quello "naturalistico" di Antifonte: se importante è l'idea di "parentela", di sym-pathia, di relazione tra gli uomini, che permette la caduta di vecchie appartenenze, decisiva è pura la questione della "giustizia naturale", dell'uguaglianza secondo natura. L'abbattimento delle frontiere è premessa e fattore indispensabile del ristabilimento di un ordine e di una eguaglianza animale, naturale, tra individualità libere. Ma il testo risulta poco convincente lì dove non evidenzia gli ostacoli (enormi) che a questa ipotesi del divenire-mondo dell'umanità ancora si frappongono. Si pensi al moltiplicarsi delle differenze che in questo planetarizzarsi e universalizzarsi dell'esperienza umana si riproducono, all'inasprirsi dei vincoli che alla circolazione libera delle persone vengono frapposti, alla nascita anche nei paesi più "avanzati" di forme di disuguaglia
nza che colpiscono chi fino a poco prima poteva ancora essere considerato come un eguale, al restringersi dei diritti, all'esclusione dai servizi di tutta una fetta di popolazione persino nella civile Europa, per non parlare degli Usa.
Secondo l'accezione più nobile del termine, si è cittadini del mondo quando si ha il senso di appartenere all'umanità intera, come ribadisce la grande tradizione stoico-cinica. L'uomo riconosce i suoi simili come tali al di là delle barriere di tipo sociale, culturale, politico e religioso. I questo senso "cosmopolitismo" appartiene al vocabolario essenziale del pathos politico, è concetto forte, gravato di una tensione utopica, prevede un salto, una modificazione delle coscienze che permetta all'estraneo, allo straniero di non essere più considerato tale. E' una prospettiva di ribaltamento violento, per cui non ci sono più né Barbari né Elleni. Certo l'epoca attuale può sembrare quella della più agevole diffusione di una mentalità cosmopolita in questo senso forte antico. Ma sono però proprio condizioni e modalità del procedere della globalizzazione quelle che rafforzano il pensiero localista e delineano una difficile congiuntura per le posizioni cosmopolite. Le difficoltà in cui versano le finanze statali costringono i governi a concentrarsi sulla difesa dei livelli di vita all'interno dei singoli stati e a pensare perciò l'economia e la politica in termini di stato nazionale, con la fissazione su categorie che esaltano proprio l'importanza di quei confini che l'avanzare dell'integrazione mondiale starebbe rendendo obsoleti. Quest'orientamento dei governi è inoltre supportato da una produzione culturale che riscopre il nazionalismo e che cerca di recuperare l'idea di appartenenza nazionale con accenti a volte grotteschi. E mentre si moltiplicano le opportunità in tutt'altra direzione gli individui vengono invece risospinti ad identificarsi con raggruppamenti di tipo etnico, sessuale, linguistico, razziale o religioso. Si gioca su paure vecchie e nuove per battere il tasto di identità, radici e origini. A livello dei singoli stati la cittadinanza diviene un bene che separa, discriminando, individui che convivono sullo stesso territorio.
Difficile non concordare con Zarifian sul fatto che il compito che ci sta davanti è quello di lavorare alla nascita di una nuova cultura politica nel mondo "globalizzato", al rilancio di movimenti che abbiano il compito di rivendicare delle forme il più allargate possibile di cittadinanza, di inventare delle appartenenze che lascino dietro di sé quelle ancorate al "sangue e alla terra", e che superino i limiti di legittimità degli stati, ma una cittadinanza mondiale o nascerà da un'epoca di rivoluzioni e di cambiamenti radicali o non si farà mai.
 
 
----
 
 
2. Carlo Formenti
SCENARI Un saggio dell’antropologo inglese Tomlinson indica la via per un vero cosmopolitismo che non cancelli le differenze culturali
"Glocalismo", ovvero come sentirsi a casa nel mondo
 
Corriere della Sera Mercoledì 31 Gennaio 2001   
 
Sogno di un pianeta unificato che offra a tutti gli esseri umani la possibilità di convivere pacificamente, l’utopia del cosmopolitismo - cioè l’ideologia di chi aspira a vivere come cittadino del mondo - è stata condivisa dall’internazionalismo marxista e dal liberismo capitalista. La vittoria del secondo sembra aver incarnato il sogno nella realtà - assai poco utopistica - della globalizzazione economica. Il mondo è stato sì unificato, argomentano i critici, ma al prezzo del trionfo di un "pensiero unico" - il pensiero dell’Occidente capitalistico - che stermina le differenze culturali, devasta l’ambiente planetario e sovverte le regole liberamente scelte dalle comunità politiche locali.
Pur senza negare validità a simili argomenti, un saggio del sociologo inglese John Tomlinson tenta di spiegare perché l’umanità contemporanea abbia, tutto sommato, buoni motivi per "sentirsi a casa nel mondo", come recita il titolo del libro.
L’argomentazione prende le mosse da un rovesciamento di prospettiva: i processi in atto non vanno interpretati esclusivamente dal punto di vista economico, né vanno interpretati da altri punti di vista "parziali" (tecnologico, sociale, ambientale, ecc.), ma vanno colti utilizzando il vocabolario concettuale della cultura, intesa come insieme delle strategie che gli esseri umani usano per attribuire significato alle loro esperienze e alle loro azioni.
Da questa prospettiva, sostiene Tomlinson, l’idea di un mondo sempre più unificato e omologato rivela la propria inconsistenza. Pur essendo cara ai critici della globalizzazione capitalistica, quest’idea riflette paradossalmente l’esperienza di una minoranza privilegiata di viaggiatori reali e virtuali. Il mondo ci appare appiattito se lo guardiamo con gli occhiali dei frequentatori abituali di aeroporti e dei patiti del cyberspazio. Ma la "minimizzazione funzionale" delle differenze culturali, caratteristica di questi "nonluoghi", non ci dice nulla sull’esperienza della grande maggioranza di esseri umani che continua a vivere nell’ambito del locale.
Ma qual è, allora, l’idea concreta della globalizzazione che si fanno queste persone? Sono proprio i poveri, risponde Tomlinson, che possono meglio cogliere il senso della modernità globale, perché sono loro - i "confinati" nel locale - i primi a esperire le conseguenze che la decisione di un manager maturata agli antipodi può avere sul loro lavoro, a stupirsi dei cibi esotici che invadono gli scaffali dei supermercati modificando le abitudini alimentari, a pagare gli effetti dell’impatto ambientale dell’economia globale, a commuoversi "ingenuamente" per vicende di cui vengono a conoscenza solo attraverso i media, e che riguardano Paesi, popoli e individui che non potranno mai conoscere per esperienza diretta.
E sono sempre i poveri, o perlomeno le "persone comuni", i primi a fare esperienza della "prossimità" universale in cui siamo ormai tutti destinati a vivere. Una prossimità definita meno dall’annullamento della distanza fisica, frutto delle nuove tecnologie riservate ai pochi, che da quella "connettività complessa" che coincide con la consapevolezza del fatto che azioni locali possono avere conseguenze globali e viceversa. La "deterritorializzazione", insomma, non riguarda solo chi viaggia, e non coincide con la "fine del locale", ma piuttosto con la sua trasformazione in uno spazio culturale più complesso.
Ma tutto ciò è bene o male? Tomlinson evita di schierarsi sugli opposti fronti di apocalittici e integrati. È vero, ammette, che esiste una tendenza all’unificazione degli "standard" culturali a livello mondiale, ma non è meno vero che il locale si "appropria" di merci, linguaggi, esperienze e modelli culturali globali "filtrandoli" attraverso le sue peculiari griglie interpretative. È vero che l’esperienza di "intimità" universale generata dai media (l’abusata metafora del villaggio globale) è una versione depotenziata dell’interazione faccia a faccia, ma è innegabile che riesca a generare un senso di appartenenza alla comunità mondiale. È vero, infine, che la prossimità forzata provoca il rigetto dell’integralismo localista, ma è altrettanto vero che crea le condizioni di un cosmopolitismo moderato (Tomlinson lo definisce "glocalismo etico") fondato su un dato di fatto: se il vicinato assume proporzioni planetarie, sbarazzarsi dei vicini indesiderati diventa un’opzione improponibile.
 
Il libro: John Tomlinson, "Sentirsi a casa nel mondo", Feltrinelli, pp. 259, lire 50.000
 
---
 
 
3. Vittorio Grevi
SOCIETÀ Un medico torinese difende il suo appartamento dalle illegalità. Senza cadere nella xenofobia
Trucchi di sopravvivenza all’immigrazione clandestina
 
Corriere della Sera Domenica 4 Febbraio 2001   
 
La cornice è quella del quartiere torinese di San Salvario, in un palazzo abitato dalla buona borghesia professionale. Il protagonista è un medico psicanalista di 75 anni, che decide di reagire quasi da solo (utilizzando ogni possibile risorsa non violenta consentita a un privato) contro una situazione paradossale di "occupazione" dell’androne, dell’ascensore, delle scale e delle soffitte del suo palazzo ad opera di immigrati dediti alla delinquenza dello spaccio di droga e della prostituzione. Di qui il titolo insolito ma icastico del volume, che esprime bene lo stato d’animo dell’autore, quale risulta da questo suo intenso "Diario di un cittadino alle prese con l’immigrazione clandestina e l’illegalità". Una storia minore come tante, che potrebbe collocarsi in molte altre città italiane, investite dal problema di un’immigrazione disordinata e spesso fuorilegge. Ma, anche, una storia unica, per il senso civico dimostrato dal protagonista nel difendere il proprio diritto a una vita ordinata e sicura, conducendo una sua faticosa battaglia di principio per l’osservanza delle regole di una serena convivenza contro i soprusi di chi le infrange e contro l’inerzia di chi tollera simili soprusi. Tema delicato, essendo facile il rischio che certe iniziative per la tutela della legalità quotidiana vengano confuse con atteggiamenti viziati da xenofobia o razzismo. Tuttavia: una cosa è il problema della immigrazione, altra il problema della delinquenza legata alla immigrazione clandestina (che va affrontato cercando di prevenirne le cause, ma garantendo comunque la sicurezza dei cittadini). Della differenza il libro è consapevole, a cominciare dalla lucida prefazione di Furio Colombo.
 
 
ITALO FONTANA
Non sulle mie scale
Editore Donzelli
pagine 180, lire 15.000
 
----

 

 

 

 

SOCRATES ME TOO COSPE SCUOLA IMPARA LE LINGUE NEWS
INTERCULTURA FORUM MULTIMEDIA INFORMAZIONI LINK
Bibliografia a cura di Lucia Maddii e Maria Omodeo
A CURA DI COSPE 1999 - Proprietà artistica e letteraria riservata
Coordinatore pagine web - Impostazione grafica: Mara Ruzza