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FORUM 
E’ previsto nelle scuole italiane l’insegnamento della lingua materna dei figli degli immigrati?
 
da: Jessica Greenwood
ricevuto il: 28 novembre 2001
Bilinguismo scoraggiato
 

Sono una studentessa inglese e sto studiando all'università di Birmingham in
Inghilterra: in questo momento sto seguendo un corso sul bilinguismo. I
vostri siti web sono stati utilissimi per la ricerca che faccio adesso,
sull'educazione dei bambini immigranti nelle scuole italiane. Le domanda
precisa sarebbe questa:

"Esiste un fenomeno curioso, per cui il bilinguismo fra i bambini 'migranti'
è spesso scoraggiato, mentre è favorito nelle élite del gruppo dominante
tramite il penoso processo di acquisizione di una seconda lingua a scuola."
(Smolicz)
Vi chiedo qualsiasi informazione che avete riguardo a questa domanda - ho
visto dai siti come il problema del bilinguismo nell'educazione è stato
affrontato negli ultimi anni, ma mi servirebbe anche qualche informazione
sugli anni precedenti ed i cambiamenti delle leggi sulle questioni
linguistiche (che non riesco ancora a trovare!). Anche i vostri punti di
vista sul clima corrente nelle scuole italiane, e lo standard
dell'educazione riguardo all'insegnamento delle lingue straniere agli
studenti italiani sarebbero molto utili.

Grazie tanto per il vostro tempo,

Jessica Greenwood

 

da: Maria Omodeo - Equipe Me Too (FI)
ricevuto il: 8 marzo 2001
Classi bilingue
 
A quanto ci risulta a livello nazionale si può parlare solo di laboratori
bilingue e non di classi bilingue. Ciò significa che esistono corsi, anche
molto lunghi, ma purtroppo non stabili nel tempo perché legati a progetti con
un inizio ed una fine. La metodologia dei laboratori bilingue è quella di
rafforzare la lingua meno padroneggiata facendo forza su quella meglio
padroneggiata. La non garanzia di continuità di questi laboratori fa sì che
abbiano una positiva influenza più che altro sull'autostima dei bambini che
padroneggiano poco l'italiano ma bene la lingua madre e che possono
utilizzare questi laboratori per mostrare a tutti che non sono tonti, solo
non conoscono ancora bene l'italiano. Inoltre rassicura famiglie e bambini
sulla stima che la loro lingua madre (e quindi la cultura d'origine) gode
nella scuola e permette ai genitori di seguire almeno in parte ciò che i
loro figli fanno a scuola, rafforzando la propria immagine di educatori.
L'aspetto di rafforzamento della lingua madre andrebbe invece affidato a
corsi di lingua madre, mentre i laboratori bilingue possono essere utili
solo per un suo mantenimento.

da: Maria Grazia Manzo - laureanda , Saviano NA
ricevuto il: 7 marzo 2001
Classi bilingue
 
Quante sono le classi bilingue in italia e dove si trovano?
Grazie!
da: Mustapha Chakir
ricevuto il: 27 aprile 2000
Italiano e bambini di madre lingua araba
 
In generale i bambini marocchini nel loro Paese vanno a scuola verso i 7 anni e solo a 10 anni cominciano a studiare una lingua straniera, di solito il francese. Perciò quando incontrano l’italiano è per loro una lingua nuova: ciò determina un loro interesse ed uno stimolo, ma al tempo stesso rappresenta una difficoltà. Il metodo d’insegnamento della lingua qui è diverso da quello con cui viene insegnato l’arabo in Marocco: là bisogna soffermarsi su ogni lettera dell’alfabeto e sui suoni vocalici finché non sono stati ben imparati e così via – uno per uno – finché i bambini non sanno circa metà delle lettere: solo allora possono cominciare a formare qualche semplice parola. Verso la fine del primo anno cominciano a scrivere qualche semplice frase, al massimo di tre righe. Quando arrivano nelle scuole italiane, di solito a studi già avviati, sono un po’ frastornati dall’approccio diverso e dal fatto che i loro compagni italiani sanno già leggere e scrivere.
Bambini abituati a studiare in modo meccanico sono peraltro stimolati dallo studiare in modo diverso, ma vanno resi coscienti dell’importanza per loro di imparare l’italiano. Raramente fanno riferimento all’arabo, perché l’italiano è nuovo sia come lingua sia come metodo di studio e sono poche le interferenze sintattiche. Per chi ha già iniziato lo studio del francese, può essere una ulteriore facilitazione l’avere già imparato a studiare una lingua straniera.
Nella pronuncia esistono alcuni errori ricorrenti, ad esempio nel distinguere “i” ed “e” chiusa, “b” e “p”, le doppie…
Senz’altro per evitare che nascano confusioni sintattiche, ai bambini non va fatta fare la “traduzione” dell’arabo per parlare, ma l’italiano va insegnato in italiano. 

 

da: Francesca Della Puppa
ricevuto il: 14 aprile 2000
Italiano e bambini di madre lingua araba
 

Nella vostra esperienza avete trovato particolari problemi di apprendimento dell'italiano da parte dei bambini di lingua araba imputabili a interferenze linguistiche della lingua di partenza?
Sto cercando di raccogliere esperienze in questo settore.

 

 
da: Federica Marchesini
ricevuto il: 5 aprile 2000
L'importanza della lingua madre
 
Se partiamo dal pensare che per offrire una confortevole accoglienza per bambini/e immigrati/e nel nostro paese è fondamentale la qualità delle relazioni che stabiliamo con loro è subito chiaro un altro passaggio: l’importanza della conoscenza e della valorizzazione della loro storia personale e di quella della migrazione. All’interno di esse hanno funzionato per anni relazioni stabilite da legami, affetti, cure, tradizioni, regole che sono state veicolate da una lingua, la lingua materna del bimbo/a. Apprendere una lingua alla nascita ( e ciò vale per tutti/e) significa caricare di senso una relazione (già di per sé fondamentale), quella con la madre, (spesso prima responsabile degli apprendimenti linguistici) fatta di parole e amore dalla quale scaturirà la nostra facoltà di linguaggio ma al contempo ‘una certa visione del mondo’. Attraverso l’impossessarsi graduale della lingua materna, si viene davvero al mondo: in una esperienza di ‘nascita’ che coinvolge la mente, il cuore, i sensi, il corpo, in un viaggio che è sensibile e significante insieme.
La madre insegna uno o più modi di stare in rapporto con la lingua, quanti e quali siano, ad esempio, le possibilità di giocare con le parole, di concedere un po’ alla fantasia nel trovare significati capaci di veicolare piccoli giochi, emozioni, fatti ricorrenti. Insegna cioè, o per meglio dire autorizza,, ad eccedere, seppur consapevolmente, le regole più rigide della lingua allargando, in questo modo gli spazi di significazione della stessa. Anche a partire dal desiderio di chi la usa.
Tutto ciò sarà di grande influenza sullo sviluppo dei bambini e delle bambine, sulla loro destrezza nell’usare la lingua e sull’agio con il quale si esprimeranno.
Le infinite risorse che la lingua materna offre rischiano di non essere sufficientemente utilizzate dalla scuola accogliente alunni/e stranieri/e. Dare la possibilità di esprimersi nella lingua materna (grazie all’aiuto di un mediatore culturale o della famiglia stessa) libererebbe prima di tutto il senso di appartenenza ad una comunità senza perdere il senso di sé, la propria autostima ma anche le proprie connessioni con la religione, le tradizioni popolari, le feste, i riti (spesso, non dicibili, nominabili con altre parole) che avevano permesso sino a quel momento di riconoscersi. E’ appena il caso di ricordare quanto, per il bambino, un buon rapporto con se stesso, con la propria famiglia e con la propria lingua d’origine siano determinanti per appropriarsi delle conoscenze e per accedere alle risorse strumentali necessarie all’elaborazione delle funzioni cognitive e percettive. Spesso è proprio il piacere di parlare la propria lingua, il desiderio di esprimersi, il conseguente buon rapporto con il linguaggio, a debellare eventuali inceppi, stonature (o sottili resistenze) nell’apprendimento della nuova lingua.
L’uso della lingua materna permette di recuperare, in molti casi, gran parte degli apprendimenti, scolastici e non, precedenti.
All’arrivo in un paese straniero è inevitabile che un/o bimbo/a si sentano smarriti poiché vengono a mancare molti dei riferimenti socioculturali del paese d’origine; tale situazione mette a dura prova il benessere e la serenità di tutta la famiglia e non solo in seguito al (profondo) senso di impotenza avvertito per il fatto di non conoscere la lingua del paese ospite.
E’ indispensabile quindi, che, almeno nelle prime fasi di contatto con la nostra cultura, abbiano spazio anche i loro modelli di filiazione, educazione, formazione di identità. Che possano, in qualche modo nominare e nominarsi con le loro parole, narrare la loro cultura.
Solamente l’uso della lingua materna permette di sentire l’appartenenza al proprio gruppo, l’affiliazione ad una cultura, le parole si legano a parole che attivano le relazioni e i collegamenti propri di essa. (Gli stessi che la migrazione talvolta sfibra, talvolta recide).
Forse non sarà così facile organizzare l’insegnamento (e quindi il mantenimento) della lingua materna, d’origine, nelle scuole italiane pubbliche anche se ne vedo chiaramente i vantaggi, non da ultimi, il salvarsi di una ricchezza personale che andrebbe (almeno per alcuni) perduta, la conoscenza della letteratura della propria nazione, l’evolversi della cultura, le risorse creative messe in atto attraverso la lingua materna. Sarà opportuno, a mio avviso, che, per il momento, scuola, istituzioni, associazioni, volontari si impegnino a curare l’affiorare della lingua materna almeno nella fase iniziale dell’accoglienza (evitando di considerarla un ostacolo alla nuova alfabetizzazione ma, al contrario, una spinta) e poi mettano in campo (con l’aiuto delle comunità straniere presenti un po’ ovunque sul territorio nazionale) le energie per pensare e realizzare il suo insegnamento.
 
da: Maria Omodeo
ricevuto il: 15 marzo 2000
L'insegnamento della madrelingua

 

 

L'insegnamento nelle scuole della madrelingua (L1) per i figli di immigrati e profughi, pur previsto da anni dalla nostra legislazione nazionale, in realtà viene finanziato dalle istituzioni solo in modo sperimentale, senza garanzie di continuità. Mi risulta che a Milano, nella scuola elementare "La casa del sole", anni fa per la prima volta è stato stipulato un contratto, direttamente dal Ministero della Pubblica Istruzione con una operatrice cinese. Non era  previsto però tanto l'insegnamento della madrelingua quanto l'utilizzazione della madrelingua dei bambini per il rapporto con le famiglie e per accelerare i tempi di alfabetizzazione degli allievi in italiano. Una delle esperienze più continuative è quella condotta da 10 anni dal Cospe (Ong di Firenze) per promuovere il bilinguismo con corsi di L1 degli allievi, prevalentemente per quelli d'origine cinese. Tuttavia si tratta anche in questo caso di esperienze limitate, che riescono a garantire al massimo 2 - 4 ore settimanali per ogni gruppo di allievi, dalle scuole materne alle superiori. Particolarmente all'avanguardia è il corso al Liceo Scientifico "Livi" di Prato, dove i ragazzi cinesi seguono un corso avanzato nella loro lingua sulla letteratura contemporanea cinese.

Altre esperienze simili, ma a quanto mi risulta tutti con problemi di continuità si stanno sviluppando in tante zone d'Italia, con l'appoggio di Università, istituzioni locali e direttamente promosse dalle scuole interessate. Vari consolati stanno proponendo corsi di L1, e numerose associazioni di immigrati e di volontariato, li realizzano nell'extrascuola a titolo gratuito (o quasi) oppure con modeste risorse e piccoli contributi delle famiglie stesse. La percentuale degli allievi che usufruiscono dell'insegnamento di L1 non è rilevabile, proprio a causa della mancanza di continuità della maggior parte delle esperienze (che possono durare anche solo 4 - 6 mesi, con obiettivi di riduzione del senso di distacco dal Paese d'origine).

Va segnalata una grave contraddizione legislativa a livello nazionale: la legge n° 40/98 che regolamenta l'immigrazione prevede il mantenimento della L1 e attività interculturali, ma non stanzia fondi ad hoc. D'altro canto la legge sulle autonomie scolastiche prevede finanziamenti solo per le lingue della comunità europea. Per questi motivi è per ora difficile prevedere in tempi brevi l'avvio di percorsi stabili all'interno delle scuole per gli allievi di origine extraCE.