- In generale i bambini marocchini nel loro Paese vanno a scuola verso
i 7 anni e solo a 10 anni cominciano a studiare una lingua straniera,
di solito il francese. Perciò quando incontrano l’italiano è per
loro una lingua nuova: ciò determina un loro interesse ed uno
stimolo, ma al tempo stesso rappresenta una difficoltà. Il metodo
d’insegnamento della lingua qui è diverso da quello con cui viene
insegnato l’arabo in Marocco: là bisogna soffermarsi su ogni
lettera dell’alfabeto e sui suoni vocalici finché non sono stati
ben imparati e così via – uno per uno – finché i bambini non
sanno circa metà delle lettere: solo allora possono cominciare a
formare qualche semplice parola. Verso la fine del primo anno
cominciano a scrivere qualche semplice frase, al massimo di tre righe.
Quando arrivano nelle scuole italiane, di solito a studi già avviati,
sono un po’ frastornati dall’approccio diverso e dal fatto che i
loro compagni italiani sanno già leggere e scrivere.
- Bambini abituati a studiare in modo meccanico sono peraltro
stimolati dallo studiare in modo diverso, ma vanno resi coscienti
dell’importanza per loro di imparare l’italiano. Raramente fanno
riferimento all’arabo, perché l’italiano è nuovo sia come lingua
sia come metodo di studio e sono poche le interferenze sintattiche.
Per chi ha già iniziato lo studio del francese, può essere una
ulteriore facilitazione l’avere già imparato a studiare una lingua
straniera.
- Nella pronuncia esistono alcuni errori ricorrenti, ad esempio nel
distinguere “i” ed “e” chiusa, “b” e “p”, le doppie…
- Senz’altro per evitare che nascano confusioni sintattiche, ai
bambini non va fatta fare la “traduzione” dell’arabo per
parlare, ma l’italiano va insegnato in italiano.
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- Se partiamo dal pensare che per offrire
una confortevole accoglienza per bambini/e immigrati/e nel nostro
paese è fondamentale la qualità delle relazioni che stabiliamo con
loro è subito chiaro un altro passaggio: l’importanza della
conoscenza e della valorizzazione della loro storia personale e di
quella della migrazione. All’interno di esse hanno funzionato per
anni relazioni stabilite da legami, affetti, cure, tradizioni, regole
che sono state veicolate da una lingua, la lingua materna del bimbo/a.
Apprendere una lingua alla nascita ( e ciò vale per tutti/e)
significa caricare di senso una relazione (già di per sé
fondamentale), quella con la madre, (spesso prima responsabile degli
apprendimenti linguistici) fatta di parole e amore dalla quale
scaturirà la nostra facoltà di linguaggio ma al contempo ‘una
certa visione del mondo’. Attraverso l’impossessarsi graduale
della lingua materna, si viene davvero al mondo: in una esperienza di
‘nascita’ che coinvolge la mente, il cuore, i sensi, il corpo, in
un viaggio che è sensibile e significante insieme.
- La madre
insegna uno o più modi di stare in rapporto con la lingua, quanti e
quali siano, ad esempio, le possibilità di giocare con le parole, di
concedere un po’ alla fantasia nel trovare significati capaci di
veicolare piccoli giochi, emozioni, fatti ricorrenti. Insegna cioè, o
per meglio dire autorizza,, ad eccedere, seppur consapevolmente, le
regole più rigide della lingua allargando, in questo modo gli spazi
di significazione della stessa. Anche a partire dal desiderio di chi
la usa.
- Tutto ciò
sarà di grande influenza sullo sviluppo dei bambini e delle bambine,
sulla loro destrezza nell’usare la lingua e sull’agio con il quale
si esprimeranno.
- Le infinite
risorse che la lingua materna offre rischiano di non essere
sufficientemente utilizzate dalla scuola accogliente alunni/e
stranieri/e. Dare la possibilità di esprimersi nella lingua materna
(grazie all’aiuto di un mediatore culturale o della famiglia stessa)
libererebbe prima di tutto il senso di appartenenza ad una comunità
senza perdere il senso di sé, la propria autostima ma anche le
proprie connessioni con la religione, le tradizioni popolari, le
feste, i riti (spesso, non dicibili, nominabili con altre parole) che
avevano permesso sino a quel momento di riconoscersi. E’ appena il
caso di ricordare quanto, per il bambino, un buon rapporto con se
stesso, con la propria famiglia e con la propria lingua d’origine
siano determinanti per appropriarsi delle conoscenze e per accedere
alle risorse strumentali necessarie all’elaborazione delle funzioni
cognitive e percettive. Spesso è proprio il piacere di parlare la
propria lingua, il desiderio di esprimersi, il conseguente buon
rapporto con il linguaggio, a debellare eventuali inceppi, stonature
(o sottili resistenze) nell’apprendimento della nuova lingua.
- L’uso
della lingua materna permette di recuperare, in molti casi, gran parte
degli apprendimenti, scolastici e non, precedenti.
- All’arrivo
in un paese straniero è inevitabile che un/o bimbo/a si sentano
smarriti poiché vengono a mancare molti dei riferimenti
socioculturali del paese d’origine; tale situazione mette a dura
prova il benessere e la serenità di tutta la famiglia e non solo in
seguito al (profondo) senso di impotenza avvertito per il fatto di non
conoscere la lingua del paese ospite.
- E’
indispensabile quindi, che, almeno nelle prime fasi di contatto con la
nostra cultura, abbiano spazio anche i loro modelli di filiazione,
educazione, formazione di identità. Che possano, in qualche modo
nominare e nominarsi con le loro parole, narrare la loro cultura.
- Solamente
l’uso della lingua materna permette di sentire l’appartenenza al
proprio gruppo, l’affiliazione ad una cultura, le parole si legano a
parole che attivano le relazioni e i collegamenti propri di essa. (Gli
stessi che la migrazione talvolta sfibra, talvolta recide).
- Forse
non sarà così facile organizzare l’insegnamento (e quindi il
mantenimento) della lingua materna, d’origine, nelle scuole italiane
pubbliche anche se ne vedo chiaramente i vantaggi, non da ultimi, il
salvarsi di una ricchezza personale che andrebbe (almeno per alcuni)
perduta, la conoscenza della letteratura della propria nazione,
l’evolversi della cultura, le risorse creative messe in atto
attraverso la lingua materna. Sarà opportuno, a mio avviso, che, per
il momento, scuola, istituzioni, associazioni, volontari si impegnino
a curare l’affiorare della lingua materna almeno nella fase iniziale
dell’accoglienza (evitando di considerarla un ostacolo alla nuova
alfabetizzazione ma, al contrario, una spinta) e poi mettano in campo
(con l’aiuto delle comunità straniere presenti un po’ ovunque sul
territorio nazionale) le energie per pensare e realizzare il suo
insegnamento.
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L'insegnamento nelle scuole della madrelingua (L1) per i figli di
immigrati e profughi, pur previsto da anni dalla nostra legislazione
nazionale, in realtà viene finanziato dalle istituzioni solo in modo
sperimentale, senza garanzie di continuità. Mi risulta che a Milano,
nella scuola elementare "La casa del sole", anni fa per la prima
volta è stato stipulato un contratto, direttamente dal Ministero della
Pubblica Istruzione con una operatrice cinese. Non era previsto
però tanto l'insegnamento della madrelingua quanto l'utilizzazione della
madrelingua dei bambini per il rapporto con le famiglie e per
accelerare i tempi di alfabetizzazione degli allievi in italiano. Una
delle esperienze più continuative è quella condotta da 10 anni dal
Cospe (Ong di Firenze) per promuovere il bilinguismo con corsi di L1
degli allievi, prevalentemente per quelli d'origine cinese. Tuttavia si
tratta anche in questo caso di esperienze limitate, che riescono a
garantire al massimo 2 - 4 ore settimanali per ogni gruppo di allievi,
dalle scuole materne alle superiori. Particolarmente all'avanguardia è il
corso al Liceo Scientifico "Livi" di Prato, dove i ragazzi
cinesi seguono un corso avanzato nella loro lingua sulla letteratura
contemporanea cinese.
Altre esperienze simili, ma a quanto mi risulta tutti con problemi di
continuità si stanno sviluppando in tante zone d'Italia, con l'appoggio
di Università, istituzioni locali e direttamente promosse dalle scuole
interessate. Vari consolati stanno proponendo corsi di L1, e numerose
associazioni di immigrati e di volontariato, li realizzano
nell'extrascuola a titolo gratuito (o quasi) oppure con modeste risorse e
piccoli contributi delle famiglie stesse. La percentuale degli allievi che
usufruiscono dell'insegnamento di L1 non è rilevabile, proprio a causa
della mancanza di continuità della maggior parte delle
esperienze (che possono durare anche solo 4 - 6 mesi, con obiettivi
di riduzione del senso di distacco dal Paese d'origine).
Va segnalata una grave contraddizione legislativa a livello nazionale:
la legge n° 40/98 che regolamenta l'immigrazione prevede il mantenimento
della L1 e attività interculturali, ma non stanzia fondi ad hoc. D'altro
canto la legge sulle autonomie scolastiche prevede finanziamenti solo per
le lingue della comunità europea. Per questi motivi è per ora difficile
prevedere in tempi brevi l'avvio di percorsi stabili all'interno delle
scuole per gli allievi di origine extraCE.
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