| da: Cadei
Maura - Brescia |
| ricevuto il:
11 febbraio 2001 |
| capitani
coraggiosi |
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Sono una mediatrice interculturale
coinvolta in un progetto trimestrale per l'insegnamento dell'italiano ad
una classe di adolescenti per lo più arabofoni. La programmazione prevede
ore di rafforzamento linguistico e culturale in L1 e lezioni di scrittura
creativa. Ritengo che il rischio di ghettizzazione sia forte, più
dolorose le conseguenze che mettono a repentaglio anni di progressi
sull'educazione alla pace. In classe non devo fare altro che sedare
conflitti che vanno accentuandosi. Per non rendere né nicchia né ghetto
la classe, si è deciso che la porta dell'aula resti sempre aperta e che
possano seguire le lezioni anche italiani interessati. Per permettere ad
alunni ed insegnanti di viaggiare con capitani coraggiosi, si è
tappezzata l'intera scuola di manifesti e cartelloni. Vorrei ringraziare
tutti i miei alunni per la maturità dimostrata. Posso dire che la più
grande soddisfazione, oltre agli ovvi progressi linguistici, sia stata la
presa di coscienza di appartenere a un sentire comune, conseguita, mi
chiedo,chissà a che prezzo... chissà se al loro rientro
"totale" in classe saranno in grado di far diventare capitani
anche dei semplici mozzi; come sarà per loro ritornare alla normalità,
sedie, banchi, note e voti...? Mi auguro che la struttura scuola possa
fare da transatlantico e non rimanga un sottomarino e che possa avere come
meta non tanto destinazioni dal sapore esotico quanto emozioni, ricordi
rionali all'insegna dei vissuti di ogni singolarità meravigliosamente
diversa....
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| da: Maria
Omodeo - Cospe (FI) |
| ricevuto il:
9 dicembre 2000 |
| classi aperte |
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In Toscana il corpo docente di alcune
scuole con elevata presenza di allievi di famiglie immigrate sta valutando
l'ipotesi di fare classi composte solo da bambini non autoctoni. Ci sembra
una proposta che rischia fortemente di ghettizzare questi allievi, anche
se risponde ad esigenze organizzative. Non sarebbe meglio prevedere sempre
più attività a classi aperte, come sperimentato con successo in tante
realtà?
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| da: Ornella
Volpicelli - insegnante |
| ricevuto il:
24 novembre 2000 |
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| Accoglienza
e programmi di supporto linguistico |
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Sono un'insegnante di Materie Letterarie in
un ITIs di Roma a trend
crescente d'immigrazione: ho una I col 40% di stranieri; desidererei
specializzarmi nell'accoglienza e nei programmi di supporto linguistico
in funzione di referente INtercultura-Italiano L2 nell'ambito della
Sottocommissione Intercultura del POF di cui faccio parte.
Sarei interessata a qualsiasi informazione che mi consentisse di
sviluppare programmi con la mia classe all'interno di un progetto
europeo su questi temi
In Toscana il corpo docente di alcune scuole con elevata presenza di
allievi di famiglie immigrate sta valutando l'ipotesi di fare classi
composte solo da bambini non autoctoni. Ci sembra una proposta che rischia
fortemente di ghettizzare questi allievi, anche se risponde ad esigenze
organizzative. Non sarebbe meglio prevedere sempre più attività a classi
aperte, come sperimentato con successo in tante realtà?
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da: Anja
Rutgers Van Der Loeff - Amsterdam
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| ricevuto il:
5 luglio 2000 |
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| Corsi
intensivi |
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Abbiamo esperienza di corsi intensivi da 10 anni a questa parte.
Genitori e bambini sono contenti e i bambini imparano a capire, parlare,
leggere e scrivere Olandese in 10 mesi. Ad Amsterdam abbiamo 34 classi di
nuovi arrivati per bambini di 6-12 anni. Stanno in classe per un anno
scolastico (10 mesi). Per chi fosse interessato possiamo dire di più...
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| da:
Mauro Sbordoni |
| ricevuto il:
11 giugno 2000 |
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| Classi
di accoglienza? No grazie. |
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Classi di accoglienza? No grazie. Condivido
sostanzialmente le osservazioni finora fatte sul forum. Esiste però
il problema dell'inserimento adeguato di alunni immigrati. Delle modalità,
delle gradualità, delle opportunità che devono essere offerte a
supporto di questi inserimenti. Bisogna tener conto di alcune variabili:
da dove vengono i nuovi arrivati? A quale punto dell'anno? In quale
scuola e in quale classe vengono inseriti? Trovano nella classe altri
bambini della loro nazionalità già inseriti?E questi bambini possono
rappresentare un aiuto all'accoglienza o di contro (come avviene
alcune volte fra gli alunni rom) soggetti, all'inizio, potenzialmente
ostili? E gli insegnanti di classe che competenze e che esperienze hanno
in materia ?
Io penso che l'inserimento nella classe di
destinazione debba essere immediato (è già questo un messaggio di
accoglienza) però al tempo stesso deve essere graduale nel tempo (come
si fa per i"nostri bambini" negli asili nido e nelle scuole
materne). Sia come durata del tempo scuola , sia come permanenza nella
classe. Occorre quindi che a lato della classe, la scuola si doti di
altri ambienti di lavoro/relazione/osservazione e delle relative
competenze professionali.
La questione - una volta affermati
certi principi - andrebbe affrontata caso per caso. L'immigrato è sempre
nuovo, sempre nuovi quindi i problemi che presenta. Perciò la scuola
per accoglierli deve essere capace a dare soluzioni nuove a problemi
diversi. Come vedete siamo appena all'inizio del discorso.
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| da:
Moustapha Chakir |
| ricevuto il:
14 aprile 2000 |
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| Insieme |
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No, è preferibile mettere i bambini immigrati insieme agli italiani.
1 - L'essere tenuti fuori provoca la formazione di "clan" con
identità diversa da quella considerata 'normale'.
2 - Sono futuri cittadini che crescono con codici comportamentali e di
vita differenti perché non imparano dalla convivenza con i coetanei
italiani.
3 - Non imparano la lingua italiana come si deve.
In conclusione, è una cosa che potrebbe essere fatta fuori dall'orario
scolastico per imparare la loro lingua, cultura, religione, ed
eventualmente un ulteriore rafforzamento dell'italiano.
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| da:
Beatrice Falcini |
| ricevuto il:
14 aprile 2000 |
|
| Insieme |
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Assolutamente non è giusto mettere i bambini d'origine straniera in
classi separate, perché pedagogicamente ormai da anni è stato
riconosciuto come principale valore educativo la socializzazione.
Inoltre, le classi differenziali - o come le vogliono chiamare,
d'accoglienza - sembrano ripercorrere le tappe che furono percorse e
criticate nelle istituzioni scolastiche per i bambini portatori di
handicap, creando un binomio immigrato = handicappato, negativo e pericoloso
per entrambi.
Infine, accogliere significa farsi carico delle istanze di ogni singolo
bambino e non chiuderlo fuori o identificarlo in una unica identità
etnica o culturale sclerotizzata.
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| da:
Lucia Maddii |
| ricevuto il:
9 aprile 2000 |
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| A
proposito di corsi intensivi |
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Questo è un argomento che mi sta molto a cuore, ma non mi dilungherò
perché molto è stato detto da Maria e da Sabrina. Mi ricorda le
arrabbiature prese durante certi collegi dei docenti quando il
"vento" cominciava a spirare verso le "classi di
accoglienza". Parlare di accoglienza era un vero e proprio eufemismo
perché lo scopo era quello di separare dal resto della classe i ragazzi
stranieri per 4 ore al giorno (tutti i giorni!!!!) per 4, 5 mesi. Seguendo
la logica di alcuni docenti (e capo d'istituto!) i ragazzi non sarebbero
mai rientrati in classe, finendo per soggiornare definitivamente in questa
struttura "ghetto": si attendeva,infatti, che questi poveretti
potessero seguire le normali lezioni della classe! I risultati di questa
esperienza sono stati disastrosi: coloro che appartenevano alla classe di
"accoglienza" formavano i loro legami di amicizia con i
connazionali e non avevano nessuno stimolo ad imparare l'italiano. Quando
rientravano nella classe, durante il pomeriggio, stavano lì come corpi estranei: loro non si
sentivano della classe e nemmeno l'insegnante , forse, li percepiva come
tali, perché il grosso del lavoro di alfabetizzazione era svolto la
mattina nel corso intensivo.
Ben venga invece la classe di Accoglienza dove il ragazzo nuovo arrivato
possa trovare le prime informazioni per orientarsi nella nuova scuola:
bastano un paio di settimane, non di più. Per quanto riguarda l'italiano,
voglio ancora ripetere che la lingua si impara parlando con i coetanei,
quando ci sono interessi e motivazioni forti. Sono sufficienti due ore al
giorno di lezione, nei primi mesi, per "risistemare" i dati
linguistici che ricevono naturalmente durante il giorno.
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| da:
Sabrina Ardizzoni |
| ricevuto il:
2 aprile 2000 |
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| Classi
di transito |
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dopo due o tre mesi di corso di italiano un bambino appena arrivato da
un paese straniero non sarà comunque in grado seguire una lezione
frontale tradizionale in classe in tutto e per tutto come i suoi compagni
itaolofoni. In quei tre mesi in cui lo si è escluso dalla vita in classe,
anzi, a mio avviso, gli si è tolto lo stimolo alla comunicazione, si è
rallentato il processo di conoscenza della scuola italiana nelle sue realtà
extralinguistiche, nei suoi orari, nelle dinamiche di classe che si creano
tra pari.
E' un dato oramai abbastanza assodato tra linguisti, glottodidatti ed
insegnanti di italiano L2, che la maggio parte dell'italiano che i bambini
apprendono nel primo periodo di inserimento, è quello che passa
attraverso la comunicazione coi pari. Ritengo che sia molto importante
spiegare ai bambini in L1 alcune delle caratteristiche principali della
scuola italiana, magari anche presentando al nuovo arrivato i compagni di
classe, e viceversa, in presenza di un mediatore linguistico-culturale che
possa evidenziare le differenze tra il quotidiano di quella scuola e
quelle della scuola di provenienza del bambino (i tempi, la merenda, le
regole, la mensa, la palestra, i materiali scolastici, ecc.), e poi
prevedere un numero di ore settimanali (8-10, a scalare) di rinforzo
dell'apprendimento spontaneo del bambino, seguendo i suoi tempi, e le sue
necessità comunicative. Nel frattempo il bambino dovrebbe comunque avere
la possibilità di frequentare quelle materie in cui la comunicazione
verbale pesa meno: educazione fisica, musica, educazione artistica,
geografia, scienze (se si segue una didattica molto supportata da
materiali visivi), educazione tecnica, matematica.
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| da: Maria
Omodeo |
| ricevuto il:
15 marzo
2000 |
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| Corsi
intensivi |
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Il tentativo è stato sperimentato in varie realtà, ma anche quando i
risultati linguistici possono essere soddisfacenti, il fatto di non
condividere la vita scolastica con i compagni autoctoni o di altre
provenienze spinge i bambini di nuovo arrivo a sentirsi esclusi e ad
isolarsi ulteriormente. Inoltre, com'è noto, la voglia di comunicare
(soprattutto con i coetanei)spinge ad imparare più in fretta, perciò la
risposta è: inserire subito in classe i bambini, predisponendo per loro
percorsi linguistici ad hoc intensivi, ad esempio una o due ore, almeno
due volte la settimana.
Quando parliamo di corsi linguistici intensivi, ricordiamo che la
concentrazione di un bambino quando parla e ascolta una lingua straniera
non può essere mantenuta alta per ore di fila.
GHETTI DI VETRO
L'ACCOGLIENZA
DEI NUOVI ARRIVATI
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