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FORUM 
Come si può organizzare e gestire la didattica quando dei ragazzi stranieri arrivano a scuola a inizio o metà anno scolastico senza competenze linguistiche in italiano?
 
da: Maria Omodeo - Equipe Socrates-Me-Too
ricevuto il: 18 aprile 2002
Testi per bambini cinesi
 

Il Cospe - Onlus ha una lunga esperienza di realizzazione e produzione di materilai didattici per bambini d'origine cinese: penso che la cosa miglire sia sottoporre ai bambini il "Questionario bilingue italiano cinese per gli studenti" di Formosa - Omodeo (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000), poi si può proporre loro la serie di quaderni operativi "Dire Fare Comunicare" di Lucia Maddii (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000) ed eventualmente per i più piccoli "Alfabetando - Vocabolario illustrato cinese italiano" di Cartei, Pucci, Santi (ed. Vannini - Cospe, collana Hibiscus, Brescia 2000) ed il CD - ROM "Xialong, Piccolo Drago", riedito anch'esso da Vannini di Brescia, che contiene due corsi: uno di italiano ed uno di cinese, entrambi da un livello 0 ad un livello intermedio, con giochi, esercizi, piccolo vocabolario. Per saperne di più www.cospe.it o www.vanninieditrice.it

da: Sara
ricevuto il: 12 aprile 2002
Un testo per dei bambini cinesi
Sono una studentessa iscritta al primo anno fuori corso di lingue orientali a Venezia.
Vorrei sapere se mi potete indirizzare verso un buon testo da poter proporre ai miei alunni cinesi delle elementari, poiché nel mio paese c'è una piccola comunità di cinesi, e sono stata assunta per aiutarli nell'apprendimento dell'italiano, ma essendo la mia prima esperienza di insegnamento non so bene come muovermi!!
Sara
da: Giuseppe Faso
ricevuto il: 23 aprile 2001
Strumenti di lavoro

 

Tutto il gran parlare che si fa di intercultura, il fiorire di corsi di aggiornamento e corsi di sostegno nelle nostre scuole, l’istituzione di dipartimenti e corsi di laurea (dopo Trieste, ora è la volta di Venezia), producono tante attività e opportunità di lavoro, ma raramente migliorano in misura significativa i risultati scolastici dei minori figli di immigrati. Che, anzi, ora che sono cresciuti di numero più spesso ancora di prima sono visti come un problema, dimenticati o parcheggiati ai margini delle classi, o si vedono rifiutata l’iscrizione (alla scuola dell’obbligo!) con cavilli di vario genere.

Non può essere interesse di nessuno che nelle nostre città crescano giovani senza prospettive di inserimento sociale, con amor proprio ferito, scarsa fiducia in se stessi, consapevoli della situazione di poco rispetto nei confronti dei propri genitori, del loro lavoro, della loro provenienza. Eppure quanto viene approntato dalle amministrazioni e dalle scuole, ai vari livelli, è ancora spropositatamente poco rispetto all’importanza (e alla possibile drammaticità) del problema: e ci tocca anche sorbirci tanta retorica da parte di chi fa poco, e non sempre nella giusta direzione…

Naturalmente non ci sono modelli, né ricette facili da seguire. Ma ci sono esperienze positive, principi inderogabili e da tradurre in strutture operative. Un’esperienza positiva e una interessante struttura di principi vengono ora illustrate in questo notevole libro pubblicato dalla Erickson, a cura di Phil Green, “Alunni immigrati nelle scuole europee. Dall’accoglienza al successo scolastico”, (Erickson, Trento, 2000, pp. 242, £ 38.000) che consigliamo vivamente a quanti, nelle istituzioni (scuole, enti locali…) vogliano affrontare davvero il tema.

Il volume nasce dall’esperienza della DIECEC (Developing Intercultural Education trough Co-operation between European Cities), un network di città europee che lavorano insieme dal 1994, con l’obiettivo primario di migliorare il rendimento degli alunni figli di immigrati, ma naturalmente con ricadute positive su gruppi più estesi di alunni svantaggiati. Il lavoro in rete ha permesso di confrontare progetti e addirittura in alcuni casi di esportare esperienze che nei loro contesti sembravano magari ovvie, ma che altrove non erano conosciute.

La scelta del DIECEC è stata, fin dall’inizio, quella di tentare un approccio integrato al tema, coinvolgendo scuola e fuori-scuola, studio e tempo libero, genitori e insegnanti, servizi pubblici e volontariato, quartieri cittadini e comunità di immigrati. Un ruolo-chiave viene attribuito a quanto si fa a scuola, ma risulta presto evidente che risultati più sicuri e soddisfacenti si ottengono grazie all’intervento attivo di altre agenzie. Lavorare a progetti consapevolmente concertati tra famiglia, comunità e scuola, verificarne gli esiti, discuterne le ragioni, ha portato il più delle volte a rovesciare i circoli viziosi (mancanza di autostima, rassegnazione ai cattivi risultati, sospetti reciproci) in circoli virtuosi.

Soprattutto il ruolo positivo riconosciuto ai genitori, la valorizzazione dell’apporto educativo delle loro capacità, esperienza e conoscenze  ha contribuito all’efficienza delle varie agenzie educative. In altre parole, l’intervento non è stato attuato sugli immigrati e i loro figli, ma insieme a loro. Ciò presuppone notevoli capacità di praticare la partnership, di interrogarsi sul proprio ruolo e sulla necessità di concertazione con altri ruoli e altre agenzie, di mettersi in gioco, sia come singoli soggetti, sia come enti e istituzioni. Tali capacità non sempre sono date, ma vanno, almeno parzialmente, costruite nel corso dei progetti.

Questo, che è un motivo di qualificazione del progetto, ne è anche un punto debole, lo rende difficilmente esportabile. Voglio dire che senza una équipe qualificata sia l’intervento in loco sia il lavoro in rete verrebbero gravemente penalizzati, e la qualità si ottiene solo muovendo da competenze di partenza buone (amministrative, pedagogiche, relazionali, etc.) e affinandole in un percorso sicuramente gratificante, ma anche impegnativo.

E’ infatti necessaria una capacità di ascolto e di incentivazione della “base” diffusa, oggi un po’ in disuso in molte amministrazioni, anche “democratiche”; e insieme poter contare su una “leadership forte, valida e professionale non in senso autocratico (…) una leadership che sia in grado di offrire capacità gestionali di alto livello nella risoluzione di problematiche complesse che implicano cambiamenti di mentalità ed elaborazione di strategie e pratiche mirate” (p.40).

Il libro ha una forte valenza operativa, e dimette presto le vesti del resoconto, per assumere l’aspetto di un manuale, stimolante e problematico, capace di sottoporre a un fuoco di fila di domande pertinenti, finalizzate alla costruzione di progetti e alla conduzione di verifiche rigorose. Non che i percorsi siano rigidamente prescritti; c’è una consapevolezza della priorità die principi sulle ricette: “diamo per scontato che non tutti saranno d’accordo sui punti e sui metodi qui indicati. Essi sono da intendersi come un modo di identificare le priorità, pianificare e monitorare interventi efficaci. Ciò che importa è disporre di processi che prendano in considerazione gli elementi essenziali e che, soprattutto, coinvolgano e responsabilizzino le comunità” (p.44).

Molte altre pagine sono dedicate all’illustrazione dei progetti e delle esperienze, sotto forma di “studi di caso”: e si tratta di tragitti che insegnano molto, a farsi domande, a porsi scadenze precise, a non ripiegare sul “trattabile”:”a volte”, si legge a p.46, “le decisioni vengono prese in base ai problemi che sembrano più facili da risolvere, a interessi passeggeri o sotto l’influsso di determinate pressioni”. E’ invece necessario dar vita “a processi molto più coerenti”. Ma la coerenza e l’efficacia dei progetti rimandano alla necessità di un’azione integrata, con il protagonismo paritetico di diversi soggetti e il ruolo trainante di figure che a volte ci si augura che… esistano davvero, come quando si scrive di una preside di Bologna: “…la scuola è guidata da un capo d’istituto che ha progetti ben chiari, offre una leadership trasparente e imparziale e ha una buona conoscenza di una vasta gamma  di questioni didattiche” (p.110).Beati loro…

Battute a parte, uno dei nodi più delicati, in molti interventi a nostra conoscenza, riguarda la valutazione dell’efficacia dell’intervento didattico, nonché i criteri per la verifica dei risultati raggiunti. Il sistema di valutazione, suggeriscono gli esperti del DIECEC, deve essere “aperto ma rigoroso”, affinché si giunga a “un potenziamento della professionalità e dell’efficacia della scuola”(p.51).E’ intuitivo che c’è un rapporto tra le capacità di innovazione nei metodi pedagogici e didattici, la condivisione di esperienze, l’autovalutazione e una efficace verifica dei risultati. Troppi sostegni all’inserimento degli allievi di origine straniera hanno proprio qui un punto debole, una cicatrice che rivela debolezze di impostazione profonde, ma anche difficoltà di lunga durata nel rapporto tra scuola, città, istituzioni.

Il volume si configura, in definitiva, come un vero e proprio manuale non di lettura ma di attenta consultazione, capace di fornire “una guida pratica per chi crea politiche e per chi le applica” (p.24).Gli autori dichiarano di augurarsi che alla fine il lettore si chieda: “Come posso fare, in virtù del ruolo che ricopro, contribuire a garantire valide soluzioni multidimensionali e integrate a problematiche che si ripercuotono negativamente sul rendimento scolastico dei bambini e dei ragazzi appartenenti a gruppi etnici minoritari?”. Con qualche perplessità per quest’ultima espressione (derivata dall’inglese senza la dovuta riflessione sulle differenze storico-sociali della nostra immigrazione), ce lo auguriamo anche noi, invitando i lettori di questa rubrica a procurarsi il libro e a lavorarci su.-

 

da: Francesca Panzica - Insegnante
ricevuto il: 12 marzo 2001
Passaggio di classe per bambini stranieri
Nel mio circolo è stato iscritto un bambino di origine russa che, tramite un percorso individualizzato, è riuscito in breve tempo ad apprendere la lingua italiana utile non solo per partecipare attivamente alle lezioni, ma anche per poter apprendere le singole materie di studio.
Attualmente il bambino è iscritto alla seconda, ma, essendo più grande dei compagni ed avendo maggiori possibilità rispetto alla classe d'iscrizione, quest'anno ha seguito le lezioni della terza classe.
Visti i notevoli progressi del bambino, d'accordo con la famiglia abbiamo pensato di fargli sostenere l'esame per il passaggio alla classe quarta, ma pare che la legge permetta questi passaggi solo agli alunni non frequentanti e con scuola familiare, per cui il bambino dovrebbe essere ritirato da scuola per essere iscritto all'esame.
Vi risulta che ciò sia vero?
da: Angelico
ricevuto il: 7 febbraio 2001

CERCASI INFORMAZIONI SU METODI E STRUMENTI DI APPRENDIMENTO CHE PERMETTANO AD UN BAMBINO RUSSO D'IMPARARE LA LINGUA ITALIANA PER UN EFFETTIVO INSERIMENTO IN CLASSE IV ELEMENTARE IN PROVINCIA DI LECCE

TRATTASI DI BAMBINO ADOTTATO DA POCO E CHE NON CONOSCE LA LINGUA ITALIANA.
SI PREGA COMUNICARE EVENTUALI ALTRI INDIRIZZI CHE POSSANO SODDISFARE E RISOLVERE IL PROBLEMA .
da: Maria Omodeo - Cospe (FI) -  équipe Socrates-me-too
ricevuto il: 19 novembre 2000

Anche se il mio suggerimento può venire interpretato come autoreferenzialismo, penso che possa essere utile l'uso del Cd-Rom "Gioca e impara", realizzato dal Cospe (diffusione Vannini - Brescia), che consiste in un corso bilingue italiano-arabo e di una parte delle schede di Lucia Maddii, "Dire, fare, comunicare" (ed. Vannini - Brescia) di cui in questo stesso sito c'è la guida on-line, a cui rinvio. Le dispense sono state pensate per un pubblico più "bambino" di quello delle scuole medie, ma abbiamo verificato con allievi delle medie che la gran parte dei materiali sono molto ben accolti anche da ragazzi più grandi.

Certo non esistono ricette pronte, né facili, però credo che l'utilizzo di nuove tecnologie permetta ai ragazzi un esercizio linguistico non frustrante (spesso un blocco nei ragazzi d'origine straniera deriva anche dall'imbarazzo per i tentativi linguistici che possono essere buffi per i compagni di classe autoctoni).
Per quanto riguarda la socializzazione, c'è un gioco di ruolo di ruolo sulla comunicazione interculturale, molto buono per rompere il ghiaccio, il "Bafa Bafa", che se ben utilizzato fa capire sulla loro pelle ai ragazzi italiani che cosa significa sentirsi "estraneo" e su come il vero blocco nella comunicazione non è linguistico quanto di comprensione reciproca generale. Una versione che può essere adatta alla fascia d'età delle medie di questo gioco si trova in: Ferracin, Gioda, Loos, "Giochi di simulazione", a cura di CISV, Editrice Elle Di Ci, Torino, 1990.

 

da: Antonella Bertuletti -  Genova - insegnante scuola media "Carasco"
ricevuto il: 17 novembre 2000
 
Sono un insegnante scuola media statale di "Carasco"(Genova).
La nostra scuola comprende anche 4 sezioni associate. Ogni anno abbiamo la presenza di un paio di alunni arabi (Marocco), generalmente fratelli, di undici-quattordici-quindici anni, che arrivano direttamente a scuola senza alcun tipo di precedente integrazione sociale e che non conoscono minimamente la lingua italiana. Gradirei avere tutte le informazioni possibili sul materiale più idoneo da usare con loro per aiutarli in modo meno casuale e più operativo a comunicare in lingua italiana e ad integrarsi nella comunità scolastica. Le schede inviate dal Provveditorato possono servire nell'immediato inserimento, ma non ci aiutano più di tanto. Il nostro progetto di integrazione prevede il loro inserimento in tutti i nostri laboratori, dove l'uso dei linguaggi non verbali può contribuire al loro inserimento, ma restano sempre alcune difficoltà per gli altri momenti scolastici.
 
da: Diana De Lorenzi - Firenze
ricevuto il: 5 luglio 2000
Una scuola a porte aperte
 La scolarizzazione deve offrire all’alunno di un’altra etnia pari opportunità di successo scolastico, sociale e di lavoro futuro e a tutti gli alunni gli strumenti più idonei per crescere in una società multiculturale, allora gli interventi da attivare non possono né ridursi al solo aspetto linguistico né tantomeno avvenire lasciando inalterate le strutture organizzative della scuola. In altre parole il problema vero non è l’inserimento dei bambini di altre etnie nella scuola: il reale problema, squisitamente culturale, è invece quello di trasformare la scuola destinata ad accoglierli, di metterla in grado di formare degli alunni in grado di confrontarsi e interagire con persone di cultura diversa e di vivere la diversità come un valore.

Spunti per una  didattica interculturale nella scuola dell’obbligo

 

 

da: Maria Omodeo
ricevuto il: 24 maggio 2000
Riorganizzare la didattica

 

La riorganizzazione della didattica in classi in cui arrivano bambini che non parlano italiano è un tema complesso, è difficile sintetizzarlo all’interno di un forum. Spero che questa domanda stimoli tanti insegnanti ad inviare le loro esperienze e suggerimenti di strategie applicate con successo. Dal canto mio tenterò di dare una serie di suggerimenti basati sull’esperienza empirica svolta dal Cospe e rinvio ai testi più articolati che si possono trovare nella sezione “interculturalità”:
 
1 – creare un ambiente accogliente (può essere già un buon punto di partenza la scritta benvenuto nella lingua del bambino o i cartellini plurilingue con le scritte “bagno”, “segreteria”, ecc. sulle porte: spesso è difficile per un bambino anche orientarsi negli ambienti della nuova scuola)
2 – stabilire una relazione empatica con il nuovo arrivato, fatta di piccole attenzioni, parole pronunciate con calma e tono rassicurante (anche se il bambino non ne capisce il significato, ne capisce il tono amichevole, che è universale), dargli piccole consegne comprensibili tramite esempi. Se il bambino è già scolarizzato nel suo paese, gli si possono dare icone con il comando scritto in italiano e nella sua lingua e gli si può insegnare a riconoscerne il suono pronunciato dall’insegnante. La cosa importante è manifestargli un’attenzione rassicurante.
3 – creare fin da subito momenti di studio intensivo di lingua italiana (al massimo 2 ore al giorno, meglio in due momenti separati, per rispettare i crolli d’attenzione derivanti dalla tensione nello studiare una lingua straniera in un contesto in cui tutto è incomprensibile). L’allievo / gli allievi anche di classi diverse possono essere portati fuori dalla classe in questi momenti per poter esprimere nel piccolo gruppo ciò che possono avere paura di esprimere in una interrogazione di fronte a tutta la classe
4 – inserire immediatamente il bambino in classe, perché diventi subito parte del gruppo, aiutandolo con giochi di socializzazione, attività in gruppi (meglio se di tipo artistico espressivo, di manipolazione…) e dandogli sempre esercizi da fare perché non si abitui ad estraniarsi dalla lezione.
5 – rispettare i suoi tempi, i suoi silenzi e le sue ansie, anche se la sua “fase del silenzio” dovesse durare a lungo, lasciandolo libero di adottare istintivamente la strategia di apprendimento dell’italiano più adatta a lui (c’è chi si “butta” subito a parlare, sia pure in modo scorretto, c’è chi preferisce entrare un po’ per volta nella lingua prima di dire le prime frasi…).
6 – via via aumentare la complessità degli esercizi e delle attività da svolgere, magari facendolo aiutare a turno da un compagno, a cui il bambino straniero possa in cambio insegnare qualcosa che l’allievo autoctono non padroneggia bene (sta all’insegnante rilevare le competenze del bambino straniero che non hanno bisogno di grandi competenze linguistiche: disegno, manualità, abilità nel calcolo…)
7 – rilevare come il bambino vive l’esperienza italiana: il rifiuto o l’entusiasmo nei confronti dell’esperienza migratoria influenzano molto le modalità e i tempi d’apprendimento della lingua italiana e dell’inserimento in classe. Anche in questo caso non si deve spingere il bambino a mantenere quella che secondo noi italiani è la “sua” identità culturale (ad esempio se vuole darsi un nome italiano, lasciargli fare questa scelta)
8 – non cercare di rilevare subito le competenze linguistiche, anche se è proprio questo di solito il primo bisogno avvertito dall’insegnante: spesso le prime parole note sono quelle per barcamenarsi nella burocrazia, con termini quali “permesso di soggiorno” o quelle per aiutare i genitori nei loro rapporti con chi dà loro lavoro, con termini estranei alla vita scolastica ed estremamente specialistici. Conviene iniziare insegnando ai bambini le parole che gli rendano facile la vita scolastica, e via via rilevare i progressi, piuttosto che cercare di scoprire ciò che il bambino sa già al suo arrivo.
9 – possibilmente fornirgli materiali bilingue (se si è rilevato che ha già una certa competenza in lingua madre) perché possa sentirsi più sicuro del riconoscimento culturale e sociale e possa mantenere vivo l’interesse per la sua lingua madre. Meglio sarebbe organizzare corsi bilingue. 

 

L'ACCOGLIENZA DEI NUOVI ARRIVATI