Tutto
il gran parlare che si fa di intercultura, il fiorire di corsi di
aggiornamento e corsi di sostegno nelle nostre scuole,
l’istituzione di dipartimenti e corsi di laurea (dopo Trieste, ora
è la volta di Venezia), producono tante attività e opportunità di
lavoro, ma raramente migliorano in misura significativa i risultati
scolastici dei minori figli di immigrati. Che, anzi, ora che sono
cresciuti di numero più spesso ancora di prima sono visti come un
problema, dimenticati o parcheggiati ai margini delle classi, o si
vedono rifiutata l’iscrizione (alla scuola dell’obbligo!) con
cavilli di vario genere.
Non
può essere interesse di nessuno che nelle nostre città crescano
giovani senza prospettive di inserimento sociale, con amor proprio
ferito, scarsa fiducia in se stessi, consapevoli della situazione di
poco rispetto nei confronti dei propri genitori, del loro lavoro,
della loro provenienza. Eppure quanto viene approntato dalle
amministrazioni e dalle scuole, ai vari livelli, è ancora
spropositatamente poco rispetto all’importanza (e alla possibile
drammaticità) del problema: e ci tocca anche sorbirci tanta
retorica da parte di chi fa poco, e non sempre nella giusta
direzione…
Naturalmente
non ci sono modelli, né ricette facili da seguire. Ma ci sono
esperienze positive, principi inderogabili e da tradurre in
strutture operative. Un’esperienza positiva e una interessante
struttura di principi vengono ora illustrate in questo notevole
libro pubblicato dalla Erickson,
a cura di Phil Green, “Alunni immigrati nelle scuole europee. Dall’accoglienza
al successo scolastico”, (Erickson, Trento, 2000, pp. 242, £
38.000)
che
consigliamo vivamente a quanti, nelle istituzioni (scuole, enti
locali…) vogliano affrontare davvero il tema.
Il
volume nasce dall’esperienza della DIECEC (Developing
Intercultural Education trough Co-operation between European Cities),
un network di città europee che lavorano insieme dal 1994, con
l’obiettivo primario di migliorare il rendimento degli alunni
figli di immigrati, ma naturalmente con ricadute positive su gruppi
più estesi di alunni svantaggiati. Il lavoro in rete ha permesso di
confrontare progetti e addirittura in alcuni casi di esportare
esperienze che nei loro contesti sembravano magari ovvie, ma che
altrove non erano conosciute.
La
scelta del DIECEC è stata, fin dall’inizio, quella di tentare un
approccio integrato al tema, coinvolgendo scuola e fuori-scuola,
studio e tempo libero, genitori e insegnanti, servizi pubblici e
volontariato, quartieri cittadini e comunità di immigrati. Un
ruolo-chiave viene attribuito a quanto si fa a scuola, ma risulta
presto evidente che risultati più sicuri e soddisfacenti si
ottengono grazie all’intervento attivo di altre agenzie. Lavorare
a progetti consapevolmente concertati tra famiglia, comunità e
scuola, verificarne gli esiti, discuterne le ragioni, ha portato il
più delle volte a rovesciare i circoli viziosi (mancanza di
autostima, rassegnazione ai cattivi risultati, sospetti reciproci)
in circoli virtuosi.
Soprattutto
il ruolo positivo riconosciuto ai genitori, la valorizzazione
dell’apporto educativo delle loro capacità, esperienza e
conoscenze ha
contribuito all’efficienza delle varie agenzie educative. In altre
parole, l’intervento non è stato attuato sugli
immigrati e i loro figli, ma insieme
a loro. Ciò presuppone notevoli capacità di praticare la
partnership, di interrogarsi sul proprio ruolo e sulla necessità di
concertazione con altri ruoli e altre agenzie, di mettersi in gioco,
sia come singoli soggetti, sia come enti e istituzioni. Tali capacità
non sempre sono date, ma vanno, almeno parzialmente, costruite nel
corso dei progetti.
Questo,
che è un motivo di qualificazione del progetto, ne è anche un
punto debole, lo rende difficilmente esportabile. Voglio dire che
senza una équipe qualificata sia l’intervento in loco sia il
lavoro in rete verrebbero gravemente penalizzati, e la qualità si
ottiene solo muovendo da competenze di partenza buone
(amministrative, pedagogiche, relazionali, etc.) e affinandole in un
percorso sicuramente gratificante, ma anche impegnativo.
E’
infatti necessaria una capacità di ascolto e di incentivazione
della “base” diffusa, oggi un po’ in disuso in molte
amministrazioni, anche “democratiche”; e insieme poter contare
su una “leadership forte, valida e professionale non in senso
autocratico (…) una leadership che sia in grado di offrire capacità
gestionali di alto livello nella risoluzione di problematiche
complesse che implicano cambiamenti di mentalità ed elaborazione di
strategie e pratiche mirate” (p.40).
Il
libro ha una forte valenza operativa, e dimette presto le vesti del
resoconto, per assumere l’aspetto di un manuale, stimolante e
problematico, capace di sottoporre a un fuoco di fila di domande
pertinenti, finalizzate alla costruzione di progetti e alla
conduzione di verifiche rigorose. Non che i percorsi siano
rigidamente prescritti; c’è una consapevolezza della priorità
die principi sulle ricette: “diamo per scontato che non tutti
saranno d’accordo sui punti e sui metodi qui indicati. Essi sono
da intendersi come un modo di identificare le priorità, pianificare
e monitorare interventi efficaci. Ciò che importa è disporre di
processi che prendano in considerazione gli elementi essenziali e
che, soprattutto, coinvolgano e responsabilizzino le comunità”
(p.44).
Molte
altre pagine sono dedicate all’illustrazione dei progetti e delle
esperienze, sotto forma di “studi di caso”: e si tratta di
tragitti che insegnano molto, a farsi domande, a porsi scadenze
precise, a non ripiegare sul “trattabile”:”a volte”, si
legge a p.46, “le decisioni vengono prese in base ai problemi che
sembrano più facili da risolvere, a interessi passeggeri o sotto
l’influsso di determinate pressioni”. E’ invece necessario dar
vita “a processi molto più coerenti”. Ma la coerenza e
l’efficacia dei progetti rimandano alla necessità di un’azione
integrata, con il protagonismo paritetico di diversi soggetti e il
ruolo trainante di figure che a volte ci si augura che… esistano
davvero, come quando si scrive di una preside di Bologna: “…la
scuola è guidata da un capo d’istituto che ha progetti ben
chiari, offre una leadership trasparente e imparziale e ha una buona
conoscenza di una vasta gamma di
questioni didattiche” (p.110).Beati loro…
Battute
a parte, uno dei nodi più delicati, in molti interventi a nostra
conoscenza, riguarda la valutazione dell’efficacia
dell’intervento didattico, nonché i criteri per la verifica dei
risultati raggiunti. Il sistema di valutazione, suggeriscono gli
esperti del DIECEC, deve essere “aperto ma rigoroso”, affinché
si giunga a “un potenziamento della professionalità e
dell’efficacia della scuola”(p.51).E’ intuitivo che c’è un
rapporto tra le capacità di innovazione nei metodi pedagogici e
didattici, la condivisione di esperienze, l’autovalutazione e una
efficace verifica dei risultati. Troppi sostegni all’inserimento
degli allievi di origine straniera hanno proprio qui un punto
debole, una cicatrice che rivela debolezze di impostazione profonde,
ma anche difficoltà di lunga durata nel rapporto tra scuola, città,
istituzioni.
Il
volume si configura, in definitiva, come un vero e proprio manuale
non di lettura ma di attenta consultazione, capace di fornire “una
guida pratica per chi crea politiche e per chi le applica”
(p.24).Gli autori dichiarano di augurarsi che alla fine il lettore
si chieda: “Come posso fare, in virtù del ruolo che ricopro,
contribuire a garantire valide soluzioni multidimensionali e
integrate a problematiche che si ripercuotono negativamente sul
rendimento scolastico dei bambini e dei ragazzi appartenenti a
gruppi etnici minoritari?”. Con qualche perplessità per
quest’ultima espressione (derivata dall’inglese senza la dovuta
riflessione sulle differenze storico-sociali della nostra
immigrazione), ce lo auguriamo anche noi, invitando i lettori di
questa rubrica a procurarsi il libro e a lavorarci su.-