[per sottoscrivere: l.manconi@senato.it]
La convivenza è possibile. Faticosa e difficile, ma utile e
intelligente. Voci autorevoli e voci di piazza vogliono convincerci
del contrario. Quelle voci, gridando ogni giorno che la convivenza è
irrealizzabile, la rendono ogni giorno più precaria e rischiosa. E,
invece, la convivenza è possibile. Perché l'incontro e il confronto,
la frequentazione e la consuetudine producono curiosità e
conoscenza, riducono gli stereotipi e i pregiudizi, incentivano la
reciprocità e lo scambio; cambiano le persone e le loro mentalità:
quella di chi accoglie e quella di chi è accolto.
Questo vuol dire, forse, che la convivenza tra differenti etnie,
culture e religioni sia agevole e agevolmente realizzabile?
Assolutamente no. Antichi paesi che avevano raggiunto una certa
stabilità da tempi relativamente lunghi, che spesso conoscevano
una sola lingua e i cui abitanti si riconoscevano in una sola
religione, resi inquieti dalle nuove migrazioni, reagiscono con
diffidenza. Da qui possono nascere tensioni e conflitti. Tensioni che
possono essere mediate e conflitti che possono essere risolti
pacificamente. Certo, con fatica, ma ne vale davvero la pena. Chi
non crede a tale possibilità, si affida alla più velleitaria delle
illusioni: serrare le porte, bloccare gli accessi, chiudere i confini.
Inseguendo una soluzione irrealizzabile, non si opera per realizzare
quelle possibili.
L'Italia è un grande paese democratico, dove i diritti universali della
persona vengono solennemente affermati e - tra molti ritardi e
contraddizioni - tutelati. Quei diritti sono la via maestra per
formulare garanzie, ma anche doveri; prerogative, ma anche
obblighi; libertà, ma anche vincoli. In altri termini, reciproca
responsabilità.
I diritti universali della persona fondano irrevocabilmente la
disponibilità di garanzie sociali, civili e politiche per gli stranieri
presenti nel nostro paese; e insieme indicano i vincoli da rispettare.
Questo motiva l'inclusione dello straniero all'interno del sistema
della cittadinanza (assistenza sanitaria, difesa legale, libertà di
organizzazione e di culto collettivo.): ma, allo stesso tempo,
motiva l'interdizione e la sanzione nei confronti di pratiche che, quei
diritti, violano.
Dunque, allo straniero residente nel nostro paese devono essere
riconosciuti, tra gli altri, i diritti politici (come quello al voto nelle
elezioni amministrative); dunque, allo straniero residente nel nostro
paese sarà interdetto (e, in caso di violazione, sarà sanzionato con
adeguata pena) l'esercizio di pratiche che - in nome di presunti
motivi religiosi o tradizioni culturali - attentano alla integrità e alla
dignità della persona. Secondo questo criterio vanno giudicati non
solo i delitti comuni, ma anche atti come le mutilazioni sessuali
femminili (non certo di derivazione musulmana), per le quali la
proibizione e la condanna - peraltro condivisa dagli stessi
movimenti di emancipazione dei paesi in cui vengono praticate -
non possono che essere assolute; mentre questioni come la
poligamia e l'uso del velo esigono strategie diverse di mediazione
culturale, politica e giuridica. La forma poligamica di matrimonio -
negata da più interpretazioni del Corano e interdetta per legge in
alcuni paesi musulmani - non può essere riconosciuta dal nostro
ordinamento: mentre la seconda questione - l'uso del velo - è
invece passibile di mediazioni che sappiano conciliare rispetto di
consuetudini culturali e adempimenti di legge (fotografia
identificabile sui documenti di riconoscimento).
Infine, c'è un'ultima categoria di controversie, che - in virtù,
anzitutto, di un progressivo cambio di mentalità - possono essere
disinnescate; controversie dove la differenza di opzioni religiose,
forme culturali e stili di vita non comporta, di necessità,
lacerazione. Quella differenza può, appunto, convivere
pacificamente con altre opzioni religiose, forme culturali e stili di
vita.
Uno Stato democratico efficiente è in grado di accogliere le diverse
forme di vita delle minoranze (riti religiosi, pratiche alimentari,
festività), quando non pongono dilemmi etico-giuridici.
Per intenderci, si dovrà prevedere che nei luoghi di lavoro e nelle
sedi pubbliche (caserme, ospedali, uffici, scuole) vi sia la
possibilità di attenersi alle regole alimentari delle minoranze
(ebraiche, musulmane e di altre confessioni); e di rispettare i
digiuni, le festività e le scadenze di preghiera. E già, sulla base
dell'articolo 8 della Costituzione, che prevede la stipula di intese tra
lo Stato e le confessioni diverse dalla cattolica, è stato possibile
risolvere alcune di quelle questioni (dal riposo sabbatico ai
matrimoni religiosi).
In definitiva, il tipo di rapporto che potrà instaurarsi - e il tipo di
conflitto che potrà verificarsi - tra cittadini stranieri e Stato
democratico dipenderà, in primo luogo, dalla capacità delle leggi e
delle istituzioni di distinguere tra ciò che è accettabile, ancorché
diverso (magari radicalmente diverso), e ciò che non lo è.
Accettare ciò che è accettabile sulla base del criterio
rappresentato dal rispetto dei diritti universali della persona, non è
solo segno di forza e di maturità del sistema democratico e dello
Stato laico rispetto a quelli dispotici e/o confessionali: è anche
metro di giudizio sufficientemente certo ed equo per poter rifiutare
ciò che, invece, accettabile non è.
Lo Stato deve proporsi come casa comune in grado di offrire a
quanti risiedano nel suo territorio pari opportunità per coltivare i
propri valori e affermare i propri diritti: tra cui quello, di rango
costituzionale, di poter professare la propria fede religiosa, nel
rispetto dell'ordinamento giuridico italiano.
E che ciascun figlio di Abramo e ciascun figlio dell'uomo costruisca
il suo tempio.
Luigi Manconi, sociologo, monsignor Alberto
Ablondi, don
Vinicio Albanesi, Khaled Fouad Allam, docente universitario,
monsignor Luigi Bettazzi, Enzo Bianchi, priore del monastero
di
Bose, Franco Cardini, docente universitario, don Luigi Ciotti,
Franco Di Maria, presidente dell'Unione Induista Italiana, Mahmoud
Salem Elsheikh, filologo, Mariangela Falà, presidente
dell'Unione
Buddista Italiana, padre Nino Fasullo, Giovanni
Genre,
moderatore della Tavola Valdese, Filippo Gentiloni, teologo,
Gad
Lerner, giornalista, Amos Luzzatto, presidente dell'Unione
delle
Comunità Ebraiche Italiane, Moni Ovadia, Giannino
Piana,
teologo, Ali Schutz, segretario del Fondaco del
Moro, Barbara
Spinelli, giornalista, monsignor Francesco Ventorino,
Tullia
Zevi.
Prime adesioni:
Giuliano Amato, David Grossman, Tahar Ben Jelloun, Daniel Cohn-
Bendit
Per sottoscrivere: l.manconi@senato.it
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-
Sono un'insegnante di inglese in una scuola superiore di Pisa e mamma
di
una bambina di 4 anni che frequenta la scuola materna, anzi, che
abbiamo
appena trasferito in una nuova scuola materna dopo un esperienza non
positiva dell'anno scorso. Abbiamo deciso anche in questa nuova scuola
di
non avvalerci dell'insegnamento della religione cattolica, il che
ovviamente
sarà rispettato; ma oggi la maestra (che più volte mi ha detto di
aver
frequentato corsi di aggiornamento sull'intercultura e di avere anche
svolto
attività di questo tipo con i bambini) mi ha chiesto indicazioni in
merito a
quei momenti comuni (cioè, sia chiaro, al di fuori dell'ora e mezzo
settimanale di religione) in cui ben presto parleranno del Natale e
faranno
svolgere ai bambini attività collegate a questa festa. Io
naturalmente ho
risposto che gradiremmo che l'ingrediente religioso non fosse
presentato
nell'attività didattica comune; ma lei, dopo avere tentato
inutilmente di
sapere dettagli sui motivi che ci hanno spinto a chiedere la
non-religione,
mi ha detto, in sostanza e lasciando perdere le varie attenuanti di
circostanza, che sarà inevitabile fare riferimento all'origine di
questa
festa, fare il presepio e rappresentazioni varie della natività,
perché è un
dato innegabile della nostra cultura e tradizione e un appuntamento
gioioso
per tutti gli altri bambini della scuola; mi ha prospettato, ma
sconsigliandomela e dichiarandola praticamente impossibile,
l'eventualità di
allontanare la bimba durante simili attività. Nel corso del colloquio
io ho
risposto che quando c'è una questione di diversità di qualunque
tipo,
l'ideale sarebbe proporre solo attività comuni che vadano bene a
tutti, e
che quando c'è un problema causato da una minoranza non è corretto
risolverlo a maggioranza! E che anche noi, famiglia non religiosa,
vorremmo
sentirci rappresentati dalla scuola pubblica come tutti gli altri. Le
sue
controrisposte sono state tutte all'insegna del "non perdiamoci
nella
teoria" o "nella polemica ideologica", con numerosi
ricorsi al "si è fatto
tardi". L'unica conclusione comune a cui sono riuscita a far
approdare la
discussione è stata la raccomandazione di essere molto coscienti, nel
corso
di ogni singola attività sul Natale, del peso esatto che la
convinzione
religiosa avrà sull'attività stessa, e di evitare l'evitabile.
Nella scuola precedente avevamo avuto, nei fatti,
un'esperienza simile,
senza che però le maestre facessero finta di chiederci
preventivamente la
nostra opinione; la differenza era che i "non avvalentisi"
erano quattro,
mentre ora c'è solo nostra figlia.
Le mie riflessioni in merito, su cui mi piacerebbe
uno scambio di
opinioni, sono le seguenti:
1. Realisticamente, quanto è inevitabile la "cultura" di
stampo cattolico in
Italia? E' utopistico chiedere di non imporla come "normale"
a chi non la
condivide? La scuola pubblica non può fare altro che rispecchiare la
cultura
della maggioranza?
2. Perché si tenta di scaricare la responsabilità dell'eventuale
isolamento
di chi è in qualche modo diverso sul diverso stesso che non accetta
di
omologarsi?
3. Perché da così tante parti, anche laiche, ci siamo sentiti
obiettare che
forse creiamo problemi alla bambina imponendole una diversità che lei
stessa
non ha scelto? C'è del vero?
4. Ci sarebbe, come sospetto, un trattamento diverso (migliore?
peggiore?)
se chiedessimo il rispetto nelle opinioni religiose, anziché da
agnostici
quali siamo, da credenti di altre religioni?
5. Come dovremmo comportarci in merito con le maestre di questa
scuola?
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