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E' possibile che chi parla italiano come seconda lingua presenti alcune interferenze di tipo interculturale?
 
da: Maria Omodeo - Cospe (FI)
ricevuto il: 10 settembre 2000
 Parlante Lingua Nativa 
 
"Dov'è casa tua?". Sembra una domanda semplice, banale, a cui chiunque saprebbe rispondere. Il bambino cinese che hai davanti, invece, ti guarda con sguardo malinconico e ti risponde "Non lo so".
"Vedi, è stato addestrato a non dirlo" è la veloce conclusione a cui giunge l'interlocutore italiano. Tenti una difesa d'ufficio "Anche tu se fossi in Cina e dovessi dire l'indirizzo di casa tua in cinese avresti delle difficoltà, è qui da poco, come può sapere ridire il suo indirizzo?".
"No, anche quando sanno benino l'italiano non lo dicono" e pone la stessa domanda ad un altro bambino che vive in Italia già da tempo… e che risponde "E' in Cina". "Sì, lo so, ma in Italia dov'è?". "La mia casa è in Cina" ripete caparbio il secondo bambino.
Mi torna alla mente una bellissima esperienza realizzata vari anni fa alla scuola media "Malaparte" di Prato. I ragazzi di una classe dovevano disegnare il percorso da casa a scuola che facevano tutti i giorni, con il maggior dettaglio possibile. I ragazzi italiani riproducevano le vetrine davanti a cui si fermavano, la sala giochi, il bar, i giardinetti, anche se sul percorso preciso avevano delle incertezze. I ragazzi cinesi disegnavano il reticolato di strade con una precisione degna di "Tuttocittà", ma senza dettagli soggettivi, salvo al massimo qualche semaforo e le zebre per terra. Abbiamo pensato che la differenza derivasse da un tipo di scolarizzazione alle spalle differente, più mirata alla creatività soggetiva in Italia, più concentrata sulle competenze e le abilità tecniche in Cina. Ma il livello di dettaglio nell'avvicinarsi al luogo di residenza si rarefaceva, finché in un angolo del foglio, ormai quasi bianco compariva un fumetto con la freccia e la scritta "Qui abito io".
Era chiaro che il rapporto alla fin dei conti positivo con la scuola stimolava un amore per i dettagli nell'area attorno alla scuola e il disagio per una vita extrascolastica consumata in un capannone industriale cancellava come una gomma dalla mente i contorni di quella che certo non potevano chiamare "casa".
"Casa mia è in Cina", uno dei ragazzi cinesi che aveva velocemente terminato la cartina ce ne ha regalata un'altra, con una casina circondata da un filare di alberi, con un fiume davanti, con una strada, dettagliatissima, fino alla scuola, riconoscibile dalla bandiera rossa sventolante davanti. Non era certo una cartina da "Tuttocittà", somigliava molto a quelle piene di particolari soggettivi fatte dai suoi compagni di classe autoctoni. Evidentemente l'aspetto freddino delle cartine riprodotte dagli allievi cinesi sulla strada pratese derivava proprio da una frequente consultazione delle cartine per non perdersi.
Ma la "casa", quella vera, la home inglese ancora di solito non è qui, dove un bambino può essere residente, ma dove ancora è difficile che si senta a casa sua.
Ancora più esplicito il disegno di un allievo della scuola elementare "Vamba" di S. Donnino (FI), sullo stesso tema: una fila di bambini che scende la scaletta di una aereo per andare a scuola è la vera strada fra "casa e scuola".
Peccato non avere in italiano una parola per esprimere l'idea di home che faccia capire ai nostri allievi che vogliamo solo l'indirizzo di dove dormono e mangiano.