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Cinese mandarino e cinese volgare

di Maria Omodeo

 

Scuola elementare Don Milani, San Giusto, alla periferia di Prato, nove anni fa. In molte classi sono presenti vari bambini cinesi appena arrivati dalla Cina e le insegnanti, molto attente alle dinamiche delle classi, partecipano e contribuiscono ad un vasto progetto per favorire un inserimento scolastico armonioso dei bambini che ancora non parlano l’italiano. Il progetto è stato ideato dal Cospe, è triennale, copre tre regioni (Toscana, Emilia Romagna, Umbria) ed è realizzato con metodologie diverse per sperimentare quelle più efficaci.

L’ipotesi della sperimentazione pratese è che i bambini appena arrivati dalla Cina possano sentirsi più sicuri di sé affrontando lo studio dell’italiano parallelamente al rafforzamento del cinese. Effettivamente la risposta dei bambini cinesi è entusiasta, lo stacco con la scuola cinese si addolcisce, possono far vedere quanto hanno già imparato, possono capire che cosa stanno studiando i loro compagni di classe autoctoni, studiando le stesse cose in cinese finché il loro livello di lingua italiana non è sufficiente per affrontare lo studio di materie come geografia astronomica, scienze o geometria. Anche i genitori sono contentissimi dell’opportunità, sanno quanto sia grande il rischio che i loro figli dimentichino il cinese chiudendo possibili canali comunicativi con la famiglia. Spesso, infatti, ci si dimentica che anche termini semplici come ad esempio "triangolo" o "Giove" vengono imparati a scuola dai bambini ed è quasi impossibile che un bambino cinese che impara questi termini in italiano ne trovi da solo la traduzione nella propria madre-lingua per dire a casa che cosa sta studiando o per riutilizzare nella vita quotidiana familiare ciò che studia a scuola.

I risultati scolastici più che positivi della maggior parte dei bambini cinesi (50 il primo anno, di cui oggi circa 40 sono alle superiori) seguiti con questa prima sperimentazione pratese, hanno poi spinto il Cospe a proseguire sul terreno del bilinguismo, per i bambini di qualsiasi origine. Ma quando parliamo di bilinguismo italiano – cinese, di quale cinese stiamo parlando?

Il cinese è una delle pochissime lingue contemporanee la cui storia è documentata da una ininterrotta tradizione che si estende dal 2° millennio prima di Cristo fino ai giorni nostri.

Allo stesso tempo, nelle sue molte forme dialettali, è la lingua più parlata del mondo moderno.

Questa vasta estensione nel tempo e nello spazio ha dato allo studio del cinese una complessità forse unica. Infatti, sotto il termine di "lingua cinese" passa in realtà una grande variegazione di lingue.

Questo termine si usa sia per le iscrizioni arcaiche su ossi oracolari, sia per la lingua letteraria delle dinastie dei secoli passati, indifferentemente che si tratti delle opere dei letterati della dinastia Zhou (6° sec. a. C.), o di quelli dell’ultima dinastia Qing che si è chiusa nel 1911, o dei poeti delle dinastie Tang e Song (7° - 12° sec), tanto famosi anche in Europa fin dai secoli passati. E’ chiamato cinese il linguaggio vernacolare delle novelle classiche e la lingua moderna, sia nella forma standard nazionale, sia nelle sue forme dialettali… Sarebbe dispersivo e difficile fare un elenco esaustivo delle lingue che vanno sotto il nome di lingua cinese, ma è importante essere consapevoli di questa varietà linguistica per evitare di fare banalizzazioni. Infatti, questa ambiguità ha portato nell’immaginario collettivo di chi non è cinese ad un’idea di lingua ferma nel tempo e nello spazio, quasi un "fossile" linguistico.

Torniamo ai giorni nostri, ad una delle classi della scuola citata, all’unico bambino che in quella scuola è d’origine cinese, ma è cresciuto in Italia e non ha difficoltà nella lingua italiana: un giorno fuori dalla classe mi confida che non vuole più essere cinese, "perché i cinesi sono fermi ai tempi di Neanderthal". "Da dove ti viene questa idea?", "Lo dicono i miei compagni". Nella classe non si è mai esplicitamente parlato della Cina nel corso dei laboratori interculturali, per evitare di mettere in imbarazzo i bambini cinesi situandoli sotto i riflettori dell’attenzione collettiva, ma a questo punto sembra importante cercare di fare emergere ciò che ha suscitato le inquietudini del bambino che non vuole più essere cinese. La prendiamo larga: parliamo dell’origine delle scritture a partire dalle pitture rupestri preistoriche, tanto simili in tutte le parti del mondo, con l’intenzione di arrivare a parlare poi dell’evoluzione delle varie forme di scrittura nell’antichità. Ma non appena vengono citate le pitture rupestri, un bambino italiano esclama "E i cinesi si sono fermati lì". Di nuovo chiediamo "Da dove ti viene questa idea?", "Lo dice il libro" ed il bambino tira fuori il testo di Riflessione linguistica, su cui studiano e di cui oggi non ricordo le precise indicazioni bibliografiche, che parla anche delle antiche forme di scrittura. Quando arriva alla scrittura cinese - presentata accanto alla scrittura cuneiforme - il testo dice: "La scrittura cinese è l’unica scrittura del mondo rimasta legata agli antichi pittogrammi". Questa spiegazione semplicistica è stata prontamente raccolta dai bambini autoctoni della classe, che cercavano risposte alla propria curiosità rispetto alla lingua parlata dai loro nuovi compagni cinesi. Da un punto di vista interculturale questa semplificazione è certo più pericolosa rispetto al non parlare affatto della civiltà cinese.

Il cinese: lingua universale?

Tornando alla varietà di forme della lingua cinese e ai rischi legati alle semplificazioni, bisogna riconoscere che un messaggio ambiguo spesso parte proprio dai sinologi, che sono i primi a ricordarsi solo di rado di fornire elementi che collochino in un tempo, in uno spazio e in un contesto sociale ben definito la lingua cinese di cui stanno parlando, contestualizzandola ad esempio nel cinese classico, nel cinese dei primi racconti in lingua vernacolare, oppure – parlando del cinese d’oggi – indicando il dialetto di Shanghai o di Canton, ecc.

I dialetti cinesi moderni sono più simili ad una famiglia di lingue che alle varianti dialettali di un’unica lingua. Analogamente il cinese del primo millennio a. C. è alla fin dei conti diverso dal cinese standard moderno almeno quanto lo è il latino dall’italiano, dal francese o dal rumeno di oggi. Allora perché così tante varianti storiche e geografiche di un continuum linguistico finiscono tutte sotto una unica definizione? La risposta a questa domanda è da cercare nella profonda unità della cultura cinese che è stata trasmessa in modo continuativo dal 3° millennio a. C. – epoca a cui risale la prima dinastia semileggendaria Xia – fino ai nostri giorni.

Anche in epoche di travagli, guerre e divisioni politiche – e ce ne sono state tante anche in Cina – le classi dominanti hanno sempre cercato di trasmettere l’idea di un impero unito culturalmente. Così, pure in Occidente è giunto l’ideale più dei dati di fatto. Uno dei più potenti simboli di questa unità culturale è stata proprio la lingua, in particolare quella scritta.

La possibilità di questa lingua di fungere da simbolo di unità non solo culturale ma anche politica è stata favorita nella pratica dall’uso di una scrittura in gran parte indipendente dalla fonetica.

Non è facile per chi è cresciuto in una società contraddistinta da una scrittura alfabetica intuire che cosa realmente significhi poter comunicare attraverso una scrittura che può essere scollegata dalla pronuncia. E’ però intuibile da tutti la potenziale praticità di recarsi in luoghi lontani da qui come Helsinki o Amsterdam, senza conoscere le lingue del posto, e poter comunicare – scrivendo – sia per fare il mestiere di capocantiere, sia per disquisire di filosofia o più semplicemente per chiedere una strada o cercare un albergo.

Cose che potrebbero farci capire le potenzialità di una comunicazione visiva non legata alle lingue parlate sono la segnaletica stradale internazionale, le etichette sui vestiti o – ancora meglio – i numeri e la simbologia della matematica: che io li legga pronunciandoli "uno, due, tre" o "ein, zwei, drei", il concetto che mi trasmettono è lo stesso.

Nel dire questo, rischiamo però di farci del cinese un’idea di lingua povera: l’iconografia può arrivare a darci l’idea di una serie di nomi, o di azioni, di comandi su cose da fare o non fare, ma non ci dà certo l’idea di una forma di comunicazione completa per poter parlare di contenuti complessi o per partecipare ad un concorso poetico.

D’altra parte, anche se proviamo a fare un parallelo con il latino, usato nel passato in tanta parte dell’Europa come lingua unificante, al francese di qualche decennio fa per il linguaggio scientifico o all’inglese dei giorni nostri… comunque sono sempre state vissute come lingue straniere da tutti coloro per cui non erano o non sono la lingua madre, mentre la scrittura cinese – almeno in via teorica – ognuno può leggerla come vuole, nella propria variante linguistica, ma il significato non cambia (o cambia poco) e ciò determina un atteggiamento immediato di condivisione, di senso di appartenenza ad un’unica realtà culturale.

Nel 17° secolo Leibniz, nella sua ricerca di un linguaggio universale si era in un primo tempo illuso di aver trovato una risposta nella lingua cinese scritta: "per quanto riguarda i caratteri cinesi, hanno ragione coloro che sanno che si presta a divenire un carattere universale, la cui forma scritta sarà capita nel mondo intero ed un popolo potrà pronunciarla in modo diverso da un altro popolo, se si potesse ottenere il consenso di tutto il mondo sulla designazione di una cosa attraverso un carattere"; ma un codice unico dà per scontato che il punto di vista dei concetti sia lo stesso per tutti i popoli. Leibniz rifletté anche sull’influenza del tempo: la pura lingua filosofica originale, che forse poteva prestarsi ad essere universale, doveva essersi corrotta "Temo che accada ai caratteri ciò che accade al senso etimologico delle parole, che dopo una lunga durata e dei cambiamenti del senso delle parole a partire dal loro primo significato, per lo più scompaiono".

Già Leibniz aveva perciò abbandonato l’ipotesi che il cinese potesse essere una lingua ferma nel tempo, che avesse mantenuto quella sorta di integrità originale che le avrebbe permesso di essere una lingua universale, valida per qualsiasi tempo e luogo.

Eppure, un altro aspetto si unisce a quelli già citati nell’avvalorare nel tempo l’idea di una lingua immobile: lo scarso o nullo interesse da parte dei letterati cinesi nei confronti della lingua parlata, che è poi quella che sempre e in qualsiasi cultura è più soggetta a cambiamenti. In sintesi, nell’immaginario collettivo degli occidentali è semplicemente passata l’idea politica e culturale delle classi dominanti cinesi, per l’appunto quella dei letterati, i mandarini.

Certo non ci sono dubbi riguardo una continuità storica, culturale e anche linguistica cinese, ma vederla come un elemento di immobilità sarebbe come dire che in Italia siamo fermi alla visione aristotelica del mondo perché nel nostro modo di pensare vi sono influenze aristoteliche e che la nostra lingua è il latino perché tanta parte delle nostre radici linguistiche discendono da lì.

Sto facendo salti spaziali, temporali e tematici, perché mi sembra importante vedere sotto vari punti di vista come il dibattito sulla scrittura e sulla lingua cinese abbia sempre suscitato interesse ed interrogativi e come – prima di giungere a facili conclusioni (sul tipo di quella a cui ho tante volte sentito giungere chi si impressiona di fronte alla struttura della lingua cinese: "sembra una lingua spratica, che mal si presta alle esigenze comunicative moderne") – sia possibile interrogarsi sui possibili vantaggi che può presentare questa lingua anche all’interno dei bisogni moderni di comunicazione e sul suo valore di trasmissione culturale.

La Cina è grande come un continente e la sua popolazione è composta da 56 diverse etnie (di cui quella han costituisce circa il 90%) e sarebbe fuorviante appiattirne non solo le lingue ma anche modi di vivere diversissimi, manifestazioni culturali lontanissime fra di loro, religioni diverse, …. Non siamo neppure autorizzati a dire ad esempio che ci piace la cucina cinese: le cucine cinesi possono essere lontane fra loro come la cucina italiana da quella finlandese, senza contare le varianti regionali, per le quali noi italiani ci appassioniamo tanto!

Il cinese: lingue locali e lingue nazionali

Le varianti linguistiche del cinese d’oggi troppo spesso sono sottovalutate da chi propone interventi linguistici nelle scuole: l’anno scorso in una scuola materna fiorentina sono arrivati dalla Cina 18 bambini e la scuola ha chiesto al Cospe di fornire l’appoggio di un animatore interculturale per seguirne l’inserimento scolastico e linguistico aiutandoli con il cinese. Alla nostra obiezione che non era probabile che conoscessero la lingua nazionale standard, il cosiddetto putonghua, che viene imparato a scuola, gli insegnanti hanno ipotizzato "lo capiranno sempre meglio dell’italiano". L’operatore che seguiva il gruppo parlava anche la lingua di Wenzhou, il capoluogo della zona da cui provenivano tutti i bambini della scuola (e che del resto è anche la principale zona di provenienza dei cittadini cinesi di tutta Italia). In accordo con i genitori è così cominciato un intervento per favorire la loro acquisizione sia della lingua italiana sia di quella cinese nazionale orali. Sono state identificate fra i 18 bambini ben 5 varianti della lingua della zona di Wenzhou, fatto che ha reso impossibile la comunicazione con loro attraverso la variante cittadina padroneggiata dall’insegnante cinese. Wenzhou è la principale città della zona meridionale della provincia Zhejiang, situata a sud di Shanghai e conta una grande varietà di dialetti, di ceppo diverso fra loro. Forse l’idea che ci dà il termine italiano di provincia ci mette su una categoria di pensiero fuorviante: la provincia Zhejiang ha una superficie che corrisponde ad un terzo dell’Italia, con zone fra loro mal collegate fino ad epoche recenti, e conta oltre 43 milioni di abitanti.

In Italia siamo interessati da pochi ceppi linguistici cinesi: in particolare le varianti della zona di Wenzhou, da cui proviene la stragrande maggioranza dei cittadini cinesi (che in una stima approssimativa rasenta oltre l’85 % dei presenti), alcune varianti della zona settentrionale del Fujian e alcuni sporadici casi di persone provenienti da Shanghai, Pechino, Hong Kong ed un certo numero di cittadini di Taiwan.

Seconda lingua parlata o perlomeno capita da quasi tutti – almeno in Toscana, Emilia, Lazio e Veneto, dove l’immigrazione dalla Cina è piuttosto recente – è la lingua nazionale (il citato putonghua , che letteralmente vuole dire "lingua comune", nota in Italia come "cinese mandarino", lingua basata sugli standard del dialetto di Pechino) che si studia a scuola e che è utilizzata dalla radio e dalla televisione. Il putonghua non è capito invece dalla gran parte dei ragazzini arrivati in Italia prima di ricevere una scolarizzazione in Cina, da alcuni anziani (soprattutto se donne) anche quando sono di un certo livello di istruzione – ed in questo caso possono usare la scrittura per farsi capire e per capire. Anche chi non ha un buon livello di scolarizzazione e quindi non sa leggere e scrivere bene, capisce il putonghua perché lo ha imparato da radio e TV, che si sono ampiamente diffuse in Cina negli ultimi due decenni e lo utilizza per comunicare con connazionali provenienti da altre zone della Cina.

Ma che cosa si intende per cinese nazionale? Sia il governo della Repubblica Popolare Cinese, sia

Quello di Taiwan hanno riconosciuto entrambi la variante dialettale pechinese come cinese nazionale standard da insegnare nelle scuole e da utilizzare in tutte le situazioni ufficiali, ma ancora durante la dinastia Qing (quella abbattuta all’inizio del 20° secolo, con l’avvento della repubblica) la lingua ufficiale era invece quella dell’etnia a cui apparteneva la famiglia imperiale: la lingua manchu (che chiamavano "guoyu", cioè lingua nazionale).

Già altre dinastie d’origine non han, come quella mongola, avevano adottato come lingua nazionale ("guoyu", appunto) la lingua dell’etnia di appartenenza. Ma mongoli, manchu e altre dinastie non han dovevano senz’altro fare i conti con la lingua – o le lingue – parlate dalla maggioranza della popolazione, ed in particolare con quella parlata dalle classi dirigenti. Durante la dinastia Qing, la lingua scritta ufficiale era una forma tardiva del cinese letterario, mentre gli ufficiali di corte parlavano una variante orale del dialetto pechinese, influenzato dal dialetto della zona d’origine d’ognuno. Questa lingua parlata era chiamata "guanghua", cioè "lingua dei mandarini" ed è da questa definizione comune che è nata la definizione di "cinese mandarino", ancora oggi in uso, anche se con accezioni diverse.

All’inizio del ‘900 chi teorizzava che la Cina doveva entrare nell’era moderna, sosteneva che si doveva promuovere la formazione di una nuova scrittura standardizzata che servisse da mezzo di comunicazione e come strumento per il rilancio dell’espressione letteraria. A quell’epoca, infatti, la stragrande maggioranza della popolazione era analfabeta e ognuno parlava solo il proprio dialetto, che a volte accomunava solo chi risiedeva in zone molto ristrette. Tutti i ceti intellettuali concordarono anche sul fatto che la lingua classica e la sua variante "mandarina" informalmente diffusasi non rispondevano alle esigenze comunicative e di alfabetizzazione di massa di un paese moderno.

I cosiddetti dialetti collegati alla lingua mandarina, sono parlati da circa il 70 per cento della popolazione di etnia han, quasi ovunque a nord del fiume Yangzi, salvo i territori occidentali di confine dove sono numerose le presenze di popolazioni di altra etnia (tibetani, zhuang, miao, tujia…). A sud del fiume Yangzi – dove di norma si parlano dialetti non mandarini - si trovano "isole" in cui la popolazione parla dialetti mandarini, forse perché originariamente in chissà quale epoca si sono trasferite a vivere là persone dalle zone settentrionali. Anche fra le comunità della diaspora cinese all’estero, se ne possono trovare che parlano dialetti mandarini, mentre molte sono originarie del Guangdong (la provincia che comprende Canton, vicino ad Hong Kong), dove si parlano lingue totalmente differenti.

Da un punto di vista linguistico, un pechinese non capisce un cantonese più di quanto un inglese possa capire un italiano, se ognuno sa solo la propria lingua; basti pensare che la parola grazie a Pechino si dice xiexie e a Canton si dice m-koi.

Ma da un punto di vista culturale c’è maggiore prossimità e condivisione fra un pechinese e un cantonese o fra un immigrato cinese in Italia ed uno nel Canada di quanta ce ne sia fra un londinese, un newyorkese o un abitante di Sidney, anche se parlano quasi la stessa lingua.

Ciò accade sia perché di fatto il cantonese e il pechinese sono parte di una stessa entità politica, sia perché condividono la scrittura ed un senso di appartenenza culturale.

Forse se il latino non fosse stato abbandonato come unica lingua letteraria europea e non fossero state adottate differenti scritture per ragioni politiche, religiose e – naturalmente – letterarie, anche le grandi differenze fra paesi europei, soprattutto quelli limitrofi, non si sarebbero approfondite.

La Cina, nonostante le sue dimensioni analoghe a quelle europee, la sua popolosità e la sua varietà di etnie, non ha conosciuto un’analoga rottura, neppure quando in epoche piuttosto recenti la lingua letteraria classica ha cominciato ad essere abbandonata per venir sostituita con il putonghua.

La situazione sociolinguistica in Cina all’inizio del nostro secolo era abbastanza diversa da ora. Come abbiamo visto, la lingua letteraria classica era senza dubbio la più prestigiosa; era l’unica vera lingua nazionale al di sopra dei dialetti e senza dubbio era il simbolo più importante della citata unità culturale cinese.

Il suo immenso prestigio era basato sul suo ruolo di lingua veicolo delle espressioni culturali più alte, dato dal suo essere la lingua dei classici confuciani, elemento che dava alla scrittura quasi un carattere sacro. Del resto si pensi che il corrispondente cinese del Prometeo mediterraneo anziché rubare agli dei il fuoco, rubò i segni che compongono la scrittura.

La lingua letteraria classica era però una lingua puramente scritta. Anche se le si fosse voluto dare un unico modo per leggerla – cioè un’unica pronuncia – sarebbe comunque stato difficile raggiungere un risultato soddisfacente senza modificare anche la scrittura.

Nel 1909 il Ministro dell’Educazione promulga un programma per promuovere lo studio della lingua mandarina nelle scuole; negli anni successivi viene proposto di sostituire al termine lingua mandarina ("guanhua"), il termine lingua nazionale ("guoyu"), ancora non inteso come lingua utilizzabile per la letteratura, ma solo per l’amministrazione, le scuole, ecc. Per la letteratura viene conservata la lingua tradizionale dei letterati ("wenyan").

Filosofi e intellettuali in contrasto con questa teoria, si batterono a favore dell’adozione del vernacolare classico ("baihua"), in cui erano state scritte varie opere di grande valore, come ad esempio "Il sogno della camera rossa" molto noto e tradotto anche fuori dalla Cina, e che era una lingua che aveva già avuto una lunga evoluzione nei secoli.

Il "Movimento del 4 maggio", nato nel 1919 dalle proteste studentesche contro l’imperialismo giapponese si schierò subito con queste richieste per l’adozione del "baihua" e questo divenne rapidamente la forma letteraria scritta più diffusa.

La discussione sulla lingua cinese però non era conclusa: ora che si erano stabiliti gli standard della lingua parlata – basati sul "guanhua", lingua mandarina – e gli standard della lingua scritta – basati sul cinese vernacolare classico "baihua" – appariva evidente che bisognava trovare anche una pronuncia unica. Non staremo qui ad entrare nel dettaglio delle varie posizioni sulla lingua, che si intrecciavano alle diverse posizioni politiche della turbolenta situazione della Cina post-imperiale, merita però citare l’ipotesi avanzata da chi più era influenzato dalle posizioni dell’Unione Sovietica, i quali cercarono – senza successo – di introdurre addirittura una scrittura alfabetica basata sulle lettere latine, eliminando i caratteri cinesi. Qu Qubai (1899-1935), il principale fautore di questa proposta, studiò un sistema per basare la nuova lingua su quella parlata dal nascente proletariato e si riferì a questa lingua chiamandola "putonghua" – ovvero lingua comune. Qu Qubai infatti riteneva che il "guoyu" fosse l’espressione delle classi dominanti, troppo difficile da utilizzare per l’alfabetizzazione di massa.

Con la vittoria del Partito Comunista nel 1949, il conflitto sulla lingua si accentuò, finché nel 1955 fu raggiunto un compromesso: fu mantenuto il termine "putonghua", ma la lingua a cui si riferiva (scritta e parlata) era sostanzialmente il "guoyu", la citata lingua nazionale, come si vede dalla definizione ufficiale che ne fu data: "il putonghua è la lingua comune della Cina, basata sui dialetti del Nord, con il sistema fonologico e le norme di pronuncia di Pechino".