- Il titolo di questo intervento è piuttosto
ambizioso e nasconde qualche rischio. L’Europa è grande, le
esperienze sono tante e ogni esperienza si è svolta o si sta
svolgendo in un contesto sociale e didattico preciso, che rende il
confronto con la realtà italiana un’impresa difficile e
rischiosa. D’altra parte è importante vedere come altri si stiano
organizzando o come si sono organizzati in passato nell’affrontare
nuove pratiche didattiche diverse da quelle tradizionali, spesso
monoculturali, così come è importante cercare di intravedere una
prospettiva europea su questi temi, adesso che l’Unione Europea è
sempre più una realtà.
- Tenterò di contestualizzare gli sforzi da parte di
alcuni insegnanti e organizzazioni non governative per la promozione
di un’educazione interculturale e di un’educazione basata sui
principi delle pari opportunità per tutti gli allievi, in uno
sfondo lontano da ogni localismo: e ci sono buoni motivi per fare
ciò. Non si può ridurre il fenomeno della presenza di bambini
stranieri ad un problema di inserimento di quel particolare bambino,
in quella classe. Uno sguardo così limitato ci farebbe perdere di
vista la dimensione del fenomeno -di cui la presenza di quel bambino
è solo un’espressione- e perciò le sue implicazioni a livello
organizzativo e metodologico per l’intero sistema scolastico
italiano, per la scuola e soprattutto per il lavoro degli insegnanti
e degli altri operatori scolastici.
-
- Non è opportuno minimizzare, il confronto con un
bambino che non parla la lingua italiana quando arriva a scuola può
costituire un problema per l’insegnante. Ma se il disagio dell’insegnante
può essere grande, figuriamoci come si può sentire il bambino
quando varca la soglia della scuola italiana. Per poter istaurare un
rapporto di comunicazione uno dei due deve avere meno paura dell’altro
e naturalmente è meglio che sia l’insegnante. Qualche mese fa ho
assistito ad un dialogo fra un’insegnante e un gruppo di mamme,
davanti ad una scuola elementare. L’insegnante si lamentava: era
in arrivo una bambina russa e già si sapeva che la bambina non
parlava una parola di italiano. "Non so come faremo, sono
disperata", diceva l’insegnante e le mamme ascoltavano
preoccupate, vedendo già i loro bambini e le loro bambine rimanere
"indietro" a causa di questa presenza evidentemente
scomoda se non indesiderata. Nonostante si possa capire, in qualche
maniera, l’ansia dell’insegnante, ci sono altre strade per
elaborare e contenere questa ansia, piuttosto che parlarne con le
mamme dei propri alunni. Lo sforzo di vedere le specifiche
situazioni nel panorama della situazione europea può aiutare molto.
Innazi tutto, si scoprirà presto che in gran parte del mondo le
classi plurietniche sono la norma.
-
- Propongo, in questo intervento, una sorta di
viaggio vituale in mongolfiera sopra l’Europa. Si sale in alto,
per attraversare le Alpi, ad un’altezza che permette di vedere
alcune esperienze senza essere troppo disturbati dai dettagli o dai
contesti nelle quali esse si svolgono. L’altezza sarà quella
necessaria per vedere le grandi linee, per intravedere piste di
lavoro che in Europa stanno ormai diventando piste di lavoro
condivise. Chiamerò queste piste "consapevolezze".
- In pratica sono convinzioni che si sono formate in
ambiti scolastici europei e italiani nelle menti di operatori con
più esperienza. Le esperienze che vedremo più in dettaglio sono
come dei "nodi stradali". Punti di incrocio fra più piste
di lavoro, punti di partenza, di svolta o di arrivo per altre. Ho
scelto l’immagine della mongolfiera perché l’altezza, l’assenza
di rumore e la distanza dall’Italia ci dovrebbe decondizionare il
più possibile dal nostro mondo e dai nostri modelli di riferimento,
inoltre dovrebbe salvaguardarci dal confronto diretto e immediato
con la nostra realtà. Spero che, viaggiando in questo modo, ci
bastino parole, idee, vedute, sensazioni per rimanerne coinvolti,
meravigliati o interessati. L’obiettivo di questo volo sopra l’Europa
è quindi quello di fornire stimoli per la riflessione sull’integrazione
di bambini stranieri e sull’insegnamento in una scuola
interculturale. Lo farò illustrando alcune esperienze concrete e
consapevolezze, maturate in un contesto europeo.
-
- Una considerazione prima di "salire": la
storia dell’integrazione dei bambini stranieri nelle scuole
europee è tutt’altro che una storia di successi o di soluzioni
immediate. Nessuno ha trovato subito la formula magica, e una volta
trovata spesso ha perso la sua efficacia quando la situazione
socio-politica ha subito dei cambiamenti.
- Ecco qualche esempio su come questi contesti
possono cambiare. Per anni il governo Olandese ha finanziato l’insegnamento
di Arabo, Turco, Italiano e qualche altra lingua minoritaria nelle
scuole elementari delle grandi città per i bambini figli di
immigrati. In alcuni casi sperimentali, durante i primi anni della
scuola elementare, si insegnava addirittura le materie curriculari
nella lingua di origine, la prima lingua dei bambini. Il Neerlandese,
la lingua ufficiale dei Paesi Bassi, veniva insegnata come lingua 2.
Apparentemente "democratico", questo servizio era
soprattutto pensato per non allontanare troppo i bambini dalla loro
cultura d’origine e per favorire il rientro delle famiglie nei
loro paesi; una politica, fra l’altro, basata sulle speranze e sui
progetti di tanti immigrati. Le cose sono, però, andate
diversamente. Molti immigrati sono rimasti nel paese di accoglienza,
così la politica e il mondo della scuola hanno dovuto fare i conti
con questa realtà, dando un’altro significato e un’altra
organizzazione all’insegnamento della lingua d’origine dei
bambini.
- Un altro esempio: in Germania, per anni, la maggior
parte dei bambini stranieri è stata turca. Un intervento specifico
della scuola per questo gruppo con un insegnante di madrelingua
poteva avere un senso. Adesso nella stessa classe si trovano bambini
di 5 o 6 nazionalità. Come fare?
- In Finlandia ad una scuola basta avere 4 bambini
del medesimo gruppo linguistico per poter richiedere il
finanziamento per un’insegnante bilingue che venga incontro ai
bisogni di questi bambini e per curare l’insegnamento di parte del
curricolo nella loro prima lingua. Ma se finiscono i soldi perché i
bambini stranieri sono sempre più numerosi, come faranno le scuole?
-
- In altre parole, si può imparare dall’esperienza
degli altri, ma non con la speranza di trovare l’unica strada
giusta o una soluzione definitiva da copiare. Anche l’Italia, come
gli altri paesi, dovrà costruire la propria esperienza in questo
settore, armandosi della consapevolezza che la scuola non può
essere un’istituzione statica, ma un’istituzione che si trova in
mezzo alla società. Quando la società cambia, anche la scuola deve
cambiare e siccome la società cambia continuamente anche la scuola
deve continuamente rinnovarsi. La scuola deve dialogare con la
società contemporanea, se vuole rimanere fedele all’ obiettivo di
preparare gli allievi a viverla pienamente. Se la società diventa
multiculturale, la scuola deve insegnare come vivere in una società
multiculturale, e la scuola deve sostenere i ragazzi a costruirsi un’identità
che permetta loro di non avere paura di confrontarsi e di dialogare
con qualsiasi alterità. Gli insegnanti devono pensarsi come
"mediatori" fra i loro allievi e il mondo contemporaneo.
In Italia i progetti e le idee non mancano, ma è noto quanto sia
difficile operare dei reali e profondi cambiamenti, anche se a
livello istituzionale non mancano circolari e decreti ministeriali
che richiamano l’importanza di pratiche scolastiche
interculturali. Gli attuali programmi per la scuola elementare, per
esempio, lasciano molti spazi per l’innovazione delle proposte
didattiche in un’ottica interculturale.
-
- La mongolfiera è già in aria, ai nostri piedi il
cuore dell’Europa: vecchie potenze coloniali come la Francia, l’Inghilterra,
l’Olanda, il Belgio e una nazione vasta e interessante come la
Germania. Tutti paesi industrializzati e ricchi. Sono stati loro i
primi ad essere confrontati con la presenza non accidentale di
cittadini stranieri o cittadini provenienti delle ex-colonie nelle
fabbriche e negli uffici, le loro mogli nei supermercati e i loro
bambini nelle scuole. In alcuni paesi la presenza di immigrati
sfiora il 10%, in alcune città il 40%, in alcune scuole il 100%.
Ogni paese ha una sua politica educativa. In alcuni paesi l’educazione
è fermamente in mano allo stato ed esiste un curricolo nazionale
come in Inghilterra, o una filosofia di stato sull’integrazione/assimilazione
come in Francia.
-
- Una prima consapevolezza, che ormai viene condivisa
da tutti in Europa, è che il problema vero non è l’inserimento
dei bambini stranieri, ma la trasformazione della scuola che li
accoglie. Il bambino straniero non è il problema, nè è un
problema suo, il suo inserimento. Cioè, non è lui che è
responsabile del suo inserimento o del suo adattamento, ma è la
scuola che si deve attrezzare per accoglierlo e deve adattarsi ai
suoi bisogni relazionali e educativi. Una scuola che rispecchia la
trasformazione della società dovrebbe essere in grado di rispondere
alle esigenze di questi bambini. Sta quindi alla scuola e agli
insegnanti il compito di attrezzarsi e di lavorare per la sua
interculturalizzazione.
-
- L’interculturalizzazione della scuola:
un termine abbastanza nuovo in Europa ma un concetto teorico valido.
Ne ho sentito parlare per la prima volta nel 1996, durante un convegno
internazionale, da un rappresentante di FORUM, l’Institute for
Multicultural Development di Utrecht. Il concetto di interculturalizzazione
dell’educazione veniva definito come un processo strategico
continuo di innovazione che mira a creare una sinergia fra il mondo
dell’educazione e la società multietnica, e che riguarda tutti i
livelli, tutti gli attori e tutti i contenuti. L’interculturalizzazione
ha lo scopo di creare una situazione di pari opportunità strutturale
e mira a fornire a tutti strumenti validi per vivere positivamente una
società multiculturale. Inoltre intende migliorare la qualità dell’educazione
nel suo insieme. Il processo riguarda la politica e l’organizzazione
della scuola e i suoi contenuti didattici. La filosofia di base è che
il sistema educativo va migliorato finchè l’appartenenza ad un
gruppo etnico non sia più un fattore rilevante nell’ottenere
successo scolastico. Questo significa, ad esempio, che persone
appartenenti a minoranze etniche devono essere rappresentate nel
consiglio d’istituto, nel corpo docente e nell’organizzazione
della scuola. Deve essere possibile fornire un supporto linguistico
agli alunni che non padroneggiano ancora la lingua del paese di
accoglienza e ci dev’essere una chiara politica di coinvolgimento
dei genitori. Le scuole che hanno aderito al progetto di FORUM hano
esplicitato questi principi nella loro "carta dei servizi".
Hanno dedicato molta attenzione alla comunicazione interculturale, all’insegnamento
delle lingue, alla lotta contro ogni forma di discriminazione e alla
scelta dei materiali didattici utilizzati. Ultimamente lavorano molto
sulla preparazione di "student counsellors" di etnie
minoritarie, che potremmo tradurre come "disporre di persone con
compiti di supporto e orientamento agli studenti, con l’obiettivo di
diminuire l’abbandono scolastico dei ragazzi figli di
immigrati."
-
- Il Royal Borough di Kingston upon Thames in
Inghilterra, diciamo l’unità locale responsabile per l’educazione
nel suo territorio, ha attuato da qualche anno una politica attiva
di interculturalizzazione delle scuole. Il punto di partenza è
ovviamente una politica di pari opportunità di accesso al curricolo
nazionale, ma questo non si traduce nel tentativo di insegnare
subito e a tutti costi l’Inglese come L2 (lingua due). Il
bilinguismo degli alunni viene considerato una grande risorsa, per
loro stessi e per gli altri. Infatti, i ragazzi veramente bilingue
-sostenuti anche nello sviluppo delle loro competenze linguistiche
in L1 (madre lingua)- dimostrano una maggiore capacità di
astrazione. I ragazzi sono quindi incoraggiati ad utilizzare la loro
madre lingua in classe con gli amici e con gli insegnanti bilingue e
l’apprendimento dell’Inglese si svolge a classe completa con
insegnanti bilingue di sostegno. Le scuole del territorio
valorizzano i contatti con i genitori e le comunità di appartenenza
dei ragazzi.
-
- Questa esperienza inglese mi porta automaticamente
a definire meglio la seconda consapevolezza: il processo di
globalizzazione ci costringe a mettere l’apprendimento delle
lingue al centro dell’educazione nelle società moderne. I
sistemi educativi devono essere multilingue se vogliono rispondere
ai requisiti delle società pluriculturali e multietnici. Più che
parlare tre o quattro lingue, è importante imparare ad operare in
contesti multilingue, dove le lingue sono in contatto dinamico.
Visto che i bambini imparano le lingue più facilmente degli adulti,
sono soprattutto le scuole che hanno, in questo ambito, un compito
fondamentale, sfruttando al meglio anche le metodologie
partecipative relativamente nuove. Numerose ricerche hanno
dimostrato che bambini e ragazzi stranieri e non, inseriti in
scuole dove si applica una politica di apertura verso le lingue, le
culture e le comunità di appartenenza degli alunni stranieri,
ottengono risultati migliori di alunni che frequentano scuole non
disponibili a valorizzare le diversità culturali.
-
- La mongolfiera sorvola la Finlandia. Nella scuola
elementare Männistö di Kuopio, poche centinaia di chilometri sotto
il Circolo Polare si trova una forma di educazione bilingue
particolare. Qui l’insegnamento avviene nella lingua di origine
dei bambini e il Finlandese viene insegnato come lingua due.
Ovviamente i bambini sono divisi in classi in base alla loro prima
lingua. Ci sono cinque classi con cinque lingue d’istruzione
diverse: l’Arabo, il Somalo, il Russo, l’Albanese e il Turco.
Gli insegnanti sono insegnanti di madrelingua. I materiali didattici
vengono importati o realizzati appositamente. Il Finlandese viene
insegnato come lingua due da 5 a 10 ore alla settimana. Vi sono
momenti nella settimana in cui i bambini Finlandesi e i bambini
immigrati svolgono attività comuni: si tratta delle materie di
educazione artistica, educazione musicale ed educazione motoria.
Questo sistema di educazione "separata ma insieme" può
durare in Finlandia per tutta la carriera scolastica, fino agli
istituti superiori.
- La filosofia è semplice ma radicale: gli alunni
stranieri devono diventare cittadini Finlandesi perfettamente
bilingue e mantenere rispetto per la loro cultura d’origine. Il
bilinguismo è soprattutto fattibile se il bambino prosegue gli
studi nella lingua con la quale ha cominciato a pensare durante la
prima infanzia. Il sistema garantisce maggior successo scolastico a
bambini immigrati, meno sradicamento culturale e non comporta grosse
spese.
-
- Ovviamente sono pensabili anche forme meno
drastiche e più integrative. Come l’esperienza di una scuola
elementare nel Nord dell’Inghilterra, che ci porta alla terza
consapevolezza che si sta formando in Europa: l’importanza,
soprattutto in una società multietnica e multilingue, del concetto
"imparare con la comunità" (o, in altre parole,
portare la scuola nella città e portare rappresentanti delle varie
comunità nella scuola).
- La scuola di cui ho sentito parlare da Jill Bourne
della Open University del Regno Unito, durante un convegno
internazionale, è caratterizzata dalla presenza di un gran numero
di bambini Indiani. Nell’ambito di un progetto sul quartiere e i
mestieri i ragazzi avevano il compito di andare con la videocamera
ad intervistare gli operatori economici del territorio e a scoprire
i prodotti che vendevono. Alcuni negozianti indiani parlavano molto
meglio Punjabi che Inglese e quindi le competenze linguistiche e
comunicative dei bambini indiani assumevano un ruolo importante per
la mediazione di queste situazioni e per la buona riuscita del
progetto. Anche tornati in classe, nell’elaborazione dei materiali
raccolti, i bambini indiani avevano un ruolo determinante. Oltre a
dover tradurre l’intervista in Inglese, un esercizio importante,
si rivelarono anche informatori privilegiati sulla loro cultura d’origine.
Il processo aveva incuriosito gli insegnanti e nelle settimane
successive rappresentanti della comunità indiana furono invitati a
scuola per spiegare e discutere alcuni aspetti della loro cultura.
-
- E’ facilmente immaginabile e comprensibile che il
progetto ha portato benefici non solo ai bambini indiani ma anche ai
bambini inglesi. Di loro, dei bambini autoctoni, non ho ancora
parlato molto. Ho dato per certo che tutti sono ormai a conoscenza
di che cosa sia l’educazione interculturale. Si tratta di quell’educazione
che, con rispetto per ogni cultura, riconosce la differenza
culturale come un valore positivo e come una risorsa per un
apprendimento caratterizzato dalla capacità di decentrare il
proprio punto di vista, al fine di rafforzare la formazione di un’identità
più dinamica e più capace di dialogare con ogni forma di alterità.
Ciò anche al di fuori di contesti plurietnici. Espressioni
culturali come la scrittura, la musica, le fiabe, i giochi, sono
punti di partenza per percorsi di apprendimento interculturale di
grande impatto ed efficacia. Così come la conoscenza di elementi
della lingua "degli altri".
-
- L’ABC di Amsterdam, un centro di consulenza e
supporto didattico ed educativo per le scuole, ha sviluppato un
supporto didattico molto interessante, intitolato: "I Cinesi a
est e ovest". Questa raccolta di unità didattiche integra in
modo molto bello i temi dell’educazione interculturale con quelli
dell’insegnamento del Neerlandese (lingua ufficiale in Olanda e in
Belgio) ai bambini Cinesi. Il metodo è quindi utilizzabile per la
classe al completo. In quattro volumi -fra fiction e non fiction-
gli alunni imparano tutto della storia dei rapporti fra l’Estremo
Oriente (la Cina) e l’Europa (l’Olanda). Le unità didattiche
pongono la presenza nelle classi in Olanda dei ragazzi cinesi all’interno
del contesto di una storia secolare di rapporti di scambi
commerciali e culturali. E’ evidente quanto sia importante
rappresentare la realtà in questi termini.
- Dal punto di vista della didattica dell’insegnamento
del Neerlandese il metodo parte dal presupposto teorico che le
competenze linguistiche dei bambini cinesi non sono le stesse in
Cinese e in Neerlandese. L’ipotesi è che i bambini che vivono in
un contesto multilingue hanno dei "domini linguistici" a
cui fare riferimento diversi per ogni ambiente in cui si trovano.
Per esempio, un bambino cinese parla più facilmente in Cinese
quando descrive una situazione quotidiana di casa, mentre parla più
facilmente in Neerlandese quando descrive le attività che fa a
scuola o i giochi che fa con i suoi compagni olandesi. Il bambino
però sa esprimere in entrambe le lingue alcuni concetti. Secondo
tale ipotesi è importante lavorare per allargare la zona di
sovrapposizione dei domini linguistici. In altre parole: insegnare
al bambino a descrivere una situazione quotidiana in Neerlandese e a
parlare della scuola e delle materie curricolari in Cinese.
- Insomma, l’apprendimento delle lingue e l’educazione
interculturale possono perfettamente coesistere in materiali,
approcci e progetti didattici.
-
- Rimangono ancora due piste importanti da
illustrare. La prima è la pista che parte dal concetto del
"life long learning", ovvero "imparare per tutta la
vita", quello che in Italia viene definita formazione
permanente. In una società che cambia rapidamente non si può
più ridurre l’educazione ad una breve fase che si pone all’inizio
della vita e non si può permettere che vi siano ragazzi che
rimangono fuori perché non rispondono immediatamente ad una
proposta formativa di un certo tipo, avvolte molto rigida.
- Il concetto della formazione permanente ha anche
implicazioni per gli operatori della scuola che in un processo
interattivo di insegnamento/apprendimento reciproco con gli alunni
possono acquisire e insegnare nuove competenze, importanti nella
nostra società attuale: per esempio gestire situazioni plurilingue,
seguire lo sviluppo tecnologico, imparare a decifrare i messaggi che
i mass media propinano, competenze di comunicazione interculturale.
Per tutto ciò la scuola può fornire le basi. Analizzare i messaggi
dei mass media in chiave interculturale è un’attività
estremamente interessante, soprattutto da quando le comunità si
attrezzano per continuare a guardare la televisione del paese di
origine attraverso l’antenna parabolica. Life long learning
significa essere attenti alle modifiche nella società e fornire
alle persone gli strumenti per analizzare un mondo sempre più
complesso.
-
- Un’altra idea che accenno soltanto è quella del
concetto di: career education. In alcuni paesi europei c’è
un’attenzione nascente per tale educazione, fin della scuola
elementare. Si tratta di educare al futuro scolastico e lavorativo.
E’ un tipo di intervento con il coinvolgimento della famiglia che
ha lo scopo di evitare che i bambini o le loro famiglie limitino le
possibilità future (la scelta di scuola e lavoro) in base a fattori
quale il sesso, la classe sociale o l’appartenenza etnica.
-
- L’ultima pista di lavoro, l’ultima
consapevolezza è che lo sviluppo tecnologico ha dato delle
grandissime possibilità al mondo dell’educazione. L’organizzazione
della quale faccio parte, il COSPE ha cominciato solo da poco ad
esplorare le possibilità che offre la multimedialità e Internet
per la promozione dell’insegnamento delle lingue (cfr.
www.socrates-me-too.org). In Finlandia e in Australia, scusate
questa uscita extra europea, entrambi paesi estesi con una bassa
densità di popolazione, Internet è un mezzo importante per seguire
i cosiddetti "isolated learners", ovvero bambini e ragazzi
"isolati", gli unici che parlano un’altra lingua, senza
insegnanti di sostegno. Essi hanno i loro insegnanti a 500 kilometri
e li vedono soltanto una volta all’anno. Efecot, un’organizzazione
partner del COSPE, con sede in Belgio che si occupa dell’insegnamento
a bambini figli di lavoratori viaggianti, ha distribuito valigette
con trasmettitori satellitari ai bambini che appartengono ad un
gruppo di sperimentazione. Quotidianamente si collegano e rimangono
in contatto con il loro insegnante a Brussel.
-
- La mongolfiera sta per atterrare. Mi dispiace di
aver scritto poco del Portogallo, credo sia l’unico paese in
Europa con un sotto-dipartimento per l’educazione interculturale a
livello ministeriale. In un rapporto scritto pochi mesi fa, la
dott.ssa Gloria Fischer, del dipartimento di educazione elementare,
ha tracciato i principi sui quali dev’essere basata la politica di
accoglienza e di integrazione dei bambini immigrati: rispetto per la
cultura e la prima lingua degli alunni, maggiore qualità nell’insegnamento
del Portoghese come lingua 2, curricoli che prevedono molte
attività artistiche in quanto queste sono importanti per l’espressione
e per l’affermazione dell’individualità di ogni singolo alunno,
oltre ad essere veicoli per la comunicazione e lo sviluppo cognitivo
in un ambiente interculturale.
- Non ho nemmeno descritto la situazione in Norvegia,
dove nella scuola Holmlia in una zona residenziale di Oslo, si è
svolta una ricerca-azione che ha portato ad un abbassamento del
livello di stress psicologico sentito dai ragazzi immigrati, questo
grazie all’organizzazione di attività interculturali mirate a
creare in classe un clima più disteso e situazioni di supporto
reciproco.
-
- Spero che questi flash abbiano dato un’idea dell’abbondanza
di esperienze tutt’ora esistenti, che mirano a riorganizzare l’educazione
e il funzionamento della scuola per essere sempre di più in grado
di rispondere ai bisogni di tutti.
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- Bibliografia
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