- Da
qualche tempo in varie realtà italiane si è riaperto il dibattito su
un tema spinoso: quello delle modalità da seguire per l’inserimento
nelle classi di allievi figli di immigrati, profughi, richiedenti
asilo, rifugiati.
- In
tanti anni di esperienze nelle scuole, dalle materne alle superiori, e
nell’extrascuola, dai corsi intensivi di italiano funzionale per
ragazzi e adolescenti, fino alla importante esperienza della ludoteca
interculturale “Il Sicomoro” di Tobbiana (Prato), ci siamo trovati
ad affrontare ogni volta variabili che di fatto impediscono di fare
generalizzazioni e di definire una volta per tutte un comodo “si fa
così”.
- Vorrei
perciò condividere alcune riflessioni
basate sull’esperienza più che offrire suggerimenti e
lanciare anatemi.
- Il
primo anno del nostro intervento come Cospe nelle scuole, nel 1990 a
Prato, abbiamo cominciato i laboratori sperimentali con due gruppi di
50 bambini cinesi, divisi in due scuole. Agivamo contemporaneamente su
più fronti: laboratori e animazioni interculturali nelle classi al
completo (2 ore settimanali per tutto l’anno scolastico) per creare
un clima sereno di dialogo e di confronto; laboratori bilingue con i
bambini d’origine cinese (4 ore settimanali per gruppo interclasse
per tutto l’anno scolastico, diminuito a 2 ore a partire dal secondo
anno di attività); incontri di programmazione con gli insegnanti
nelle cui classi erano inseriti i bambini cinesi (2 ore ogni due
settimane, per tutto l’anno scolastico); incontri con i genitori e
servizio di interpretariato; un corso di aggiornamento per gli
insegnanti di tutte le scuole elementari di Prato. Salvo 1 dei 50
bambini, tutti erano arrivati nel corso dell’estate e perciò
all’inizio dell’anno scolastico non parlavano una parola di
italiano.
- La
proposta di fare laboratori bilingue anziché di sola lingua italiana,
fu accolta da genitori ed insegnanti con entusiasmo perché era
condivisa da tutti l’idea che una migliore padronanza della lingua
madre sarebbe stata per i bambini rassicurante sul piano affettivo,
sociale e linguistico. Dall’altra parte fu invece fronte di un
acceso dibattito, anche all’interno dello stesso Cospe, il tema del
“portare fuori” dalle classi d’appartenenza i bambini per due
volte la settimana: c’era chi sosteneva la teoria che fosse meglio
un corso intensivo di italiano per due mesi per poi metterli in classe
definitivamente, senza interruzioni, secondo il modello britannico;
altri sostenevano che fosse meglio affiancare i bambini in classe con
una sorta di mediatore-interprete che li quando non capivano,come
ancora oggi viene fatto in alcune scuole italiane; qualcuno suggerì
che il rafforzamento bilingue avvenisse in orario extrascolastico. Del
resto la stessa sperimentazione Cospe – che avveniva
contemporaneamente in tre regioni – era portata avanti con tre
modalità diverse per verificare quale avrebbe dato i migliori
risultati.
- Ognuno
di noi – insegnanti ed équipe Cospe – pensava a quale fosse la
soluzione meno ghettizzante per i bambini: questo era il punto di
partenza istintivo di tutti i ragionamenti. Si parlava del ghetto
invisibile ma non per questo meno pericoloso in cui è chiuso un
bambino che sta in classe senza capire cosa dice il maestro o il
compagno di banco, si parlava del ghetto che si costruiva dietro al
muro che divideva il laboratorio linguistico dalla classe… nessuno
propose la classe per i soli bambini cinesi, il problema era proprio
quello opposto: non costringerli ad essere solo cinesi, non
costringerli ad omologarsi alla cultura degli autoctoni, lasciare
emergere le individualità senza culturalismi e senza imporre ruoli
dal di fuori. I toni del dibattito erano appassionati, la scelta di
non sovraccaricarli in orario extrascolastico fu immediata, poi si
decise di fare la proposta dei laboratori bilingue fuori dalle classi
con interventi degli stessi operatori anche in classe e vedere se
questa scelta veniva apprezzata dagli allievi ed eventualmente
rimettere in discussione le programmazioni.
- L’unico
allievo che era cresciuto in Italia, il primo giorno ci disse che lui
da grande non voleva “fare il cinese” e lo lasciammo libero di
seguire il corso solo se voleva. La curiosità prima e l’interesse
poi lo spinsero a frequentare assiduamente, senza crisi.
- Dopo
un paio di mesi, ogni volta che passavo dalle classi a prendere i
bambini per il laboratorio si rinnovava una sorta di piccolo scherzo:
qualche bambino autoctono si alzava e cercava di intrufolarsi nel
gruppetto che usciva, il bellissimo rapporto empatico che le
insegnanti avevano con i bambini permetteva che lo scherzo si
protraesse come un gioco. Nell’accompagnarci al laboratorio i
bambini autoctoni facevano domande e riportavano in classe le
risposte, insomma c’era un clima quasi idilliaco. Ma docenti ed
esperti Cospe stavamo attenti a qualsiasi segnale, e ci rimettevamo
continuamente in discussione per non adagiarci sull’idea di avere
individuato “la” soluzione.
- Il
primo segnale di una realtà più complessa, fu quando un ragazzino
cinese di quinta elementare si girò contro il compagno di banco –
che secondo la maestra non aveva fatto niente – e gli dette una
botta. “E’ troppo permaloso, non capisce che cosa gli dicono e
pensa sempre che lo stiano prendendo in giro” disse la maestra. Il
ragazzino riferì in italiano le parole che lo avevano urtato ed
effettivamente erano urtanti. Episodi analoghi si ripeterono più
volte nelle settimane successive. Le insegnanti misero a fuoco che il
trovarsi tutti insieme e con diritto di parlare nella propria lingua
madre era un elemento che aveva fatto nascere una sorta di spirito di
gruppo che alle lunghe li spingeva a reagire aggressivamente. Le
insegnanti andarono un po’ in crisi, finché non vedemmo insieme la
proiezione di un video girato in una materna di Bologna,
all’insaputa dei bambini: in una lunga sequenza una bambina cinese
gioca con un bambolotto mentre un bambino autoctono la spinge, la
spinge, la spinge sempre più forte. Lei non alza nemmeno gli occhi,
cerca di continuare a giocare come se nulla stesse accadendo… finché
si gira e stende il bambino con uno spintone; il bambino si alza e
facendo finta di niente se ne va.
- Un
giorno venne a vedere la sperimentazione un professore
dell’Università di Liverpool, dalla chiara origine non europea.
Alle insegnanti assetate di notizie e metodologie di livello europeo
il professore fece i complimenti e poi gelò tutte dicendo:
“qualsiasi cosa facciate, ben venga, ma è inutile, la prima
generazione di immigrati è da buttare, potrà solo aprire la strada a
chi verrà dopo, servire per testare modalità che andranno bene per i
loro figli o per i loro nipoti”. Pensando ai nostri bambini ci
inalberammo tutte; personalmente confesso di avere ripensato spesso in
questi anni con rancore a quelle frasi, per me tanto più gravi perché
erano state dette da una persona d’origine minoritaria.
- Del
gruppetto originario di 50 allievi tutti hanno fatto poi le medie –
e siamo riusciti a seguirli con vari progetti nelle varie scuole –
circa 40 sono arrivati alle superiori, i primi stanno arrivando alla
maturità. Mi dicevo “vedi che aveva torto”, forse l’ho detto e
pensato fino allo scorso anno scolastico. Se il nostro obiettivo era
quello di un buon livello di scolarizzazione e di prevenzione
dell’abbandono scolastico, abbiamo verificato che con percorsi
stabili nel tempo lo si può fare. Ma alcuni allievi alla vigilia
della fine delle superiori cominciano ad abbandonare, perlopiù i
migliori, ci dicono “tanto finiremo anche noi a fare i vestiti, a
che serve studiare?”.
- Già
qualche anno fa ci avevano posto questo problema, ci eravamo illusi
che fosse un problema di legislazioni restrittive che non permettevano
la libera professione, ma ora che teoricamente la Legge 40 lo
permette, ci accorgiamo che comunque è tutta questa nostra società
che impedisce loro di non “fare i cinesi da grandi”.
- Sono
andata un po’ fuori tema, e con ottimismo continuo a sperare che
fosse il professore di Liverpool a sbagliare, ma trovo una nuova fonte
di preoccupazione: ora c’è chi propone – ed anche a livelli
istituzionali alti – di far “fare i rom”, “i cinesi”, “gli
albanesi” … anche da piccoli a tutti coloro che non padroneggiano
ancora l’italiano. Le classi d’accoglienza sperimentate in molte
parti d’Europa e d’Italia, anche in Toscana, hanno dato risultati
di forti chiusure reciproche. Senz’altro sono indispensabili ore
intensive di italiano, fuori dalla classe, almeno due volte la
settimana, o anche per un’ora al giorno tutti i giorni, ma non di più.
Temo invece che per venire incontro alle esigenze di trovare soluzioni
facili ci si dimentichi che i bambini imparano a parlare più
facilmente dagli altri bambini che dagli adulti, sia perché è più
interessante la loro conversazione (mi si perdoni, sono adulta
anch’io), sia perché usano una terminologia più facile, ma
comunque corretta e rispondente ai bisogni comunicativi. Si
sottovaluta che un bambino di qualsiasi provenienza vuole sentirsi
parte di un tutto, vuole avere il diritto di sentirsi come gli altri.
- Ho
parlato a lungo dell’importanza per tutti di mantenere la lingua
madre, lingua degli affetti e della comunicazione familiare, non sto
certo teorizzando l’omologazione. Credo però che sia necessario
anche stare attenti a non fare violenze psicologiche sui bambini,
costringendoli a rispondere a quello che noi autoctoni immaginiamo che
siano le loro “culture” di provenienza, salvo poi interrogarci su
quale sia la cultura di un bambino con genitori di diverse culture. Ho
poi un altro dubbio: chi e come stabilirà quand’è che un bambino
“sa l’italiano”? Quando saprà chiedere il permesso per andare
in bagno, sa copiare un testo dalla lavagna, sa fare un esercizio
grammaticale complesso ma meccanico di inserimento del singolare e del
plurale, oppure quando saprà seguire la lezione di geometria, con la
complessità dei linguaggi specialistici? In questo caso non
basteranno certo due o quattro mesi. Li manderemo in classe quando
ormai avranno cominciato ad abituarsi a stare sempre “tra di loro”
e cominceremo a sgridarli se continueranno a “stare sempre tra di
loro”? Chi valuterà quei bambini che non sono ancora usciti dalla
“fase del silenzio” e che magari capiscono molto più dei loro
estroversi connazionali che si buttano e si fanno capire anche a
gesti?
Una versione sintetica di questo
articolo è stata pubblicata su "Percorsi di
cittadinanza", a cura dell'ANCI.
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