HOME PAGE     INTERCULTURA
 
Una scuola a porte aperte
Spunti per una  didattica interculturale nella scuola dell’obbligo
 
di Diana De Lorenzi

Panico, allarme, speranza che poi se ne vada da un’altra parte, ricerca affannosa del mediatore culturale a cui affidare per il maggior numero di ore possibile questo nuovo alunno che viene da un paese lontano, che parla una lingua sconosciuta, che non mangia nemmeno come noi… Queste sono le reazioni più tipiche di un insegnante di fronte all’arrivo di un alunno di un’altra etnia ed è comprensibile: siamo un paese di nuova immigrazione e non rientra nella professionalità dell’insegnante italiano il confrontarsi con i problemi posti da altre culture.

E’ normale che sia soprattutto il problema della lingua e della comunicazione verbale a creare ansia: sarà compito della scuola predisporre tutti gli strumenti e gli interventi, anche di persone esterne come i mediatori culturali, perché il bambino possa acquisire via via le competenze linguistiche necessarie all’apprendimento. Tuttavia se la scolarizzazione deve offrire all’alunno di un’altra etnia pari opportunità di successo scolastico, sociale e di lavoro futuro e a tutti gli alunni gli strumenti più idonei per crescere in una società multiculturale, allora gli interventi da attivare non possono né ridursi al solo aspetto linguistico né tantomeno avvenire lasciando inalterate le strutture organizzative della scuola. In altre parole il problema vero non è l’inserimento dei bambini di altre etnie nella scuola: il reale problema, squisitamente culturale, è invece quello di trasformare la scuola destinata ad accoglierli, di metterla in grado di formare degli alunni in grado di confrontarsi e interagire con persone di cultura diversa e di vivere la diversità come un valore.

E allora, come offrire ai nostri nuovi allievi un’educazione e un supporto di cultura e valori che non creino conflitti con ricordi, tradizioni e modi di vita che i loro genitori hanno loro trasmesso? Come prevenire il formarsi di pregiudizi e di stereotipi nei confronti di persone e culture differenti dalle nostre (e viceversa)? Come prevenire fenomeni di intolleranza e di emarginazione o anche manifestazioni di vero e proprio razzismo? Come educare tutti, anche gli alunni autoctoni, ad essere cittadini del villaggio globale?

Non ci sono ricette. Esistono però delle esperienze ormai pluriennali e delle riflessioni su queste esperienze, che hanno permesso anche al Cospe, fra gli altri soggetti che si occupano di questi temi, di mettere a punto una serie di spunti metodologici per l’educazione e la didattica interculturale che ci sembrano importanti anche per un confronto e che forse conviene elencare:

-         il vero antidoto al pregiudizio e allo stereotipo è la conoscenza

-         non esistono contenuti ‘di per sé’ interculturali; esistono invece metodologie di lavoro che permettono di ottenere obiettivi diversi dagli stessi testi (ad esempio il decentramento del punto di vista, la relativizzazione, la pluralità di chiavi di lettura di un fenomeno complesso, la comparazione ecc.)

-         non sempre l’utilizzazione di materiale di un’altra cultura (ad esempio fiaba, mito ecc.) si rivela utile se non si è in grado di decodificarlo e di riferirlo correttamente alla cultura d’origine

-         è necessario rivedere programmi e metodologie nell’ottica dell’interdipendenza e delle nuove prospettive interculturali

-         è importante creare curiosità per aspetti che riguardano lingua e cultura diverse scegliendo percorsi didattici in grado di far riflettere anche sulle proprie

-         occorre lavorare sui temi dell’identità delle culture e dei valori, nella consapevolezza che non tutti i valori sono giusti, ma tutti sono esistenti

-         criminalizzare gli atteggiamenti divergenti, sia degli autoctoni che degli alunni di altre etnie, non serve e può portare a rafforzare i pregiudizi

-         occorre mirare più a un’etica della responsabilità che non a un’etica della convinzione

-         bisogna evitare di considerare universali valori o abitudini o conoscenze che universali non sono (sbanalizzare l’ovvio e relativizzarlo)

-         è necessario aiutare gli alunni a mettersi nei panni di, a decentrare il proprio punto di vista

-         occorre evitare di mettere i nuovi arrivati sotto i riflettori, magari scegliendo per gli  approfondimenti lo studio di aspetti della loro cultura d’origine

-         è bene privilegiare ambiti di ricerca o percorsi al tempo stesso tematici e metodologici che permettano la contestualizzazione, la comparazione, la problematizzazione, l’analisi dei mutamenti (ad es. concezioni diverse del tempo, dello spazio, dell’ambiente, ruoli e organizzazione sociale, tipologia delle città, rapporto città-campagna, feste, ciclo della vita ecc.)

-         è necessario evitare il folklore e privilegiare gli ambiti di ricerca in grado di far sorgere dubbi e curiosità e far riflettere anche sulle proprie abitudini, date per immodificabili

 

Una strada lunga, certo, che fra l’altro prevede ridefinizione di obiettivi e di strategie educative, riformulazione di curricula, formazione e aggiornamento degli insegnanti. Ma forse un tentativo serio perché lo scambio fra modelli di riferimento culturali e valori diversi avvenga prima che questi diventino elementi di identità irrinunciabili e in quanto tali forieri di conflitti di non facile soluzione.